UGO GUIDI Opere: 1969-1977



La mostra Ugo Guidi. Opere: 1969-1977, a cura di Alessandra Frosini e organizzata grazie alla collaborazione della Casa Museo “Ugo Guidi” di Forte dei Marmi, viene ospitata negli ambienti del Palazzo del Podestà di Pescia, sede della Gipsoteca “Libero Andreotti”.
Un percorso ideale collega i due sculturi, l’uno appartenente alla prima metà del Novecento, l’altro alla seconda, artisti legati da una grande passione verso la figura umana e da una grande qualità tecnica.
Ne La scultura toscana del ‘900 a cura di Umberto Baldini entrambi vengono ricordati come gli artisti più rappresentativi della loro generazione, anche se purtroppo oggi appaiono come figure defilate.
Questa occasione vuole essere un modo anche per creare un collegamento ed una collaborazione fra le due realtà, auspicandone una maggiore valorizzazione come luoghi testimoni dell’eccellenza della cultura artistica toscana.

Ugo Guidi – Opere 1969-1977

L’arte di Ugo Guidi, a trenta anni dalla scomparsa, è rivisitata e riproposta in un’importante esposizione allestita nella Gipsoteca Libero Andreotti di Pescia in collaborazione col Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi.

La Gipsoteca Libero Andreotti di Pescia è lieta di presentare al pubblico una mostra, a cura di Alessandra Frosini, che focalizza l’attenzione sull’ultimo periodo della produzione dello scultore Ugo Guidi, segnato da una progressiva astrazione della forma ed un’adesione a registri fortemente espressionistici. L’importanza e lo studio della figura umana sono punto di partenza per una ricerca tesa al disvelamento dell’animo umano.
La mostra, ripercorrendo la produzione degli anni fra il 1969 e il 1977, anno della morte, suggerisce un parallelo tra la produzione scultorea e grafica di quegli anni che rappresentano il periodo più emotivamente intenso dell’opera del maestro.

Ugo Guidi nasce a Querceta in Versilia nel 1912, scegliendo poi Forte dei Marmi come luogo di dimora e lavoro. Dopo aver studiato all'Accademia di Belle Arti di Carrara ne diventa insegnante di scultura dal l948 al 1976.
La prima mostra personale è allestita a Firenze in Palazzo Strozzi nel 1956 per interessamento di Ottone Rosai. Da allora espone nelle maggiori città italiane con mostre personali (Roma, Milano, Torino, Parma, Modena, Potenza e Monaco di Baviera) ed partecipa su invito alle principali manifestazioni d'arte italiane ed estere (Biennale di Scultura di Carrara, Quadriennali di Roma, Permanente di Milano, Mostra del Bronzetto di Padova, Fiorino di Firenze, Arte e Sport di Madrid.)
Nel 1966 l'alluvione distrugge gran numero di opere conservate nello studio di Firenze. Nel
1969 realizza l'opera monumentale "Il Portiere" per lo Stadio di Forte dei Marmi, che diventerà poi logo dell’U.S. Forte dei Marmi, e nel 1974 "I Calciatori", per il Centro Tecnico Federale di Calcio di Coverciano (Firenze).
Nel 1972 è nominato Accademico Corrispondente dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze.
Nel 1974 per i 25 anni di attività della Galleria d'arte "L'Indiano" di Firenze una sua scultura, fusa in bronzo, è consegnata al Gabinetto Vieusseux a Rafael Alberti, Umberto Baldini, Mario Luzi, Luigi Baldacci e Raffaele De Grada.
Nel 1977 è allestita l'ultima mostra personale a Forte dei Marmi dal titolo “Il Grido", in cui colore e forma trasmettono il dramma di un uomo vitale nella lotta perdente contro il male incurabile.

Inaugurazione sabato 24 febbraio 2007 ore 17
Orario: mercoledì, venerdì, sabato e domenica dalle 16 alle 19
Gipsoteca Libero Andreotti 
Palazzo del Podestà,
Piazza del Palagio, Pescia (PT)
Info: 0572 490057 
e-mail: gipsotecapescia@interfree.it , vittorio_guidi@hotmail.comwww.ugoguidi.it


Mostra e catalogo sono a cura di Alessandra Fròsini, che ha proposto la rassegna e curato il testo critico, l’allestimento dell’arch. Franco Filippelli e la collaborazione di Claudio Stefanelli, direttore della Gipsoteca.
La mostra sarà inaugurata sabato 24 febbraio alle ore 17 con un’introduzione della curatrice Alessandra Fròsini e di Ornella Casazza, direttrice del Museo degli Argenti di Palazzo Pitti a Firenze.

Tutte le opere esposte, 22 sculture e 32 tra disegni e tempere, sono riprodotte in catalogo. 

Saranno proiettate immagini del “Museo Ugo Guidi”, di Ugo Guidi al lavoro e di sue opere che si trovano in musei nazionali ed esteri.

Sponsor dell’iniziativa sono stati: Banca di Pescia, Dino Bianchi, Franchi e Tecno Forniture. 




UGO GUIDI. Opere 1969-1977
di Alessandra Frosini


 “La vera arte non sa che farsene di tanti proclami e si compie nel silenzio”

Marcel Proust

Il segno rappresenta ciò che simbolicamente suddivide e organizza lo spazio, che rende possibile un’interpretazione del reale, che anima, con un senso d’eterno, ciò che prima era nulla. E’ ciò che crea l’immagine.
In Ugo Guidi il segno delinea il volume e il volume è segnato dalla linea.
Il concetto, espresso dal disegno, diventa forza prorompente, forza vitale.
La scultura è quindi immagine che esprime un linguaggio intrinsecamente determinato, ma allo stesso tempo evocativo.
L’importanza del disegno è chiara fin dagli esordi negli anni ’40: accanto ad una predilizione per la scultura, la forma grafica assume un peso rilevante. L’una e l’altra diventano parti inscindibili di uno stesso processo di ricerca.
Il disegno è il mezzo attraverso cui disvelare i segni sottesi alla sua poetica espressiva, è il miglior modo per comprendere il valore ed il significato della scultura di Ugo Guidi.

Giovane allievo di Arturo Dazzi all’Accademia di Belle Arti di Carrara, Guidi mostra ed esprime con una grande abilità tecnica attraverso teneri passaggi tonali, una vena espressiva legata ad un intenso lirismo naturalistico. Il dato naturalistico viene poi progressivamente superato, in un’ansia costante di ricerca. Nella sua scultura, la comunicazione, l’empatia con il riguardante rimarrà sempre un momento fondamentale. Anche quando la ricerca lo porterà verso soluzioni sempre più arcaizzanti e astratte, non verrà mai meno una riconoscibilità del soggetto e del dato sensibile.
Molti i momenti fondamentali di questo percorso volto a scoprire le possibili ipotesi del reale, momenti diversi che scandiscono ogni volta una progressiva crescita della sua ricerca: una produzione che solo apparentemente ha aspetti diversi, ma che è guidata da motivi comuni: la continua sperimentazione, la profonda tensione emozionale, la ricerca del valore dello spazio, l’ossessiva reiterazione di alcuni temi base, la continua sperimentazione materica.
Tutto ciò non mostra mai l’uomo Guidi, ma l’artista, che chiuso in un desiderio di anonimato, si nasconde dietro alle forze propulsive della natura e della materia. Solo nell’ultimo periodo emerge violentemente il dato soggettivo.
Questa mostra vuole essere un omaggio ad un artista di carattere riservato e schivo, ma capace di creare un’arte che è grande espressione di sentimenti umani. Un artista capace di dimostrare una vena espressiva dirompente che “scava” la materia.

Dopo gli anni ’40 trascorsi alla ricerca di una cifra stilistica più personale e un progressivo superamento dell’iniziale accademismo, che lo porta a sperimentare i materiali più diversi, approda agli inizi degli anni ’50 ad una sintesi della forma che assume un linguaggio astratto: diventa palese la vicinanza alla cultura artistica italiana post bellica, vicinanza iniziata dall’amicizia con il critico fiorentino Piero Santi e poi continuata per tutta la vita con il dialogo costante mantenuto con tutti gli artisti italiani più significativi di quel periodo e che passarono dalla sua casa di Forte dei Marmi: da Ottone Rosai, a Raffele Carrieri, ad Ardengo Soffici, Ernesto Treccani, Mino Maccari, Achille Funi, Alfonso Gatto ed Emilio Greco.
Tre eventi segnano le tappe fondamentali della sua carriera artistica:
Nel 1956 la prima esposizione personale alla Strozzina a Firenze con la presentazione di Piero Santi, critico e amico che lo accompagnerà e lo sosterrà sempre: la prima occasione in cui fu conosciuto e ottenne il consenso di cui aveva bisogno
Il 1960 con la prima personale alla Galleria L’Indiano di Firenze (a cui rimarrà sempre legato) con la presentazione di Umberto Baldini; il 1972 con la grande antologica a Forte dei Marmi: affermazione degli esiti nuovi della sua ricerca. “Segni nervosi e taglienti che ricreano parvenze di umano in un gioco libero, pervaso di soffusa ironia”.1
Negli anni ’70 ormai i latenti caratteri informali, talora proposti al pari di citazioni, sono pienamente affermati. Ugo Guidi parla un linguaggio poetico essenziale, fatto di volumi delineati e taglienti che abitano lo spazio e creano la figura per sottrazione.
“Ecco che Guidi ha scoperto il valore dello spazio; e riesce a capirlo, a farne uno degli elementi della sua scultura. La quale diventa, anche per questo, sempre meno naturalistica, sempre più immagine.”2
Sono del 1969 i primi disegni che registrano le prime esperienze orientate verso la forma astratta:
L’opera si articola in “aspri, quasi drammatici volumi plastici”3; nello stesso momento la produzione grafica è caratterizzata da un preciso segno che costruisce forme nette ben delineate, trasfigurando la forma in volumi e masse. Tre disegni intitolati ”donna totem” del 1971,’72 e ’73 mostrano un percorso di ulteriore semplificazione: partendo dal primo, che mantiene ancora chiare e leggibili, attraverso un tratto netto e sinuoso, le fattezze umane, si arriva, attraverso un passaggio di esclusione di orpelli, al disegno del ’73, che mantiene solo come accenni (delle virgole di colore a richiamare forme anatomiche della donna, un occhio appena suggerito) i caratteri umani e crea il presupposto per la traduzione plastica.
In scultura la sperimentazione materica è giunta al massimo grado.

Egli diventa un demiurgo della materia, che con la conoscenza acquisita su tutti i materiali (terracotta, ceramica, bronzo, legno, cemento, marmo e pietra) dopo una nascita sul marmo, riesce a”mutare” la materia con abili tecniche lavorative, a fingere attraverso la terracotta il marmo o la pietra a seconda della sua volontà espressiva in continua e nervosa mutazione. Inventa con la terracotta il blocco di marmo, la lastra appena estratta che reca le ferite dello strappo dalla montagna: il blocco evoca l’immagine che contiene al suo interno.
Anche se la scultura è per lo più di piccole dimensioni, emerge sempre un forte senso di monumentalità, sottolineata dalla rigorosa frontalità delle figure.
In questo ultimo periodo l’estro si esplicita in una libertà e intensità altissime nel trattamento della materia e nella concretezza del tratto.
Il disegno è riflessione pura che si attua nella fisicità della materia che appare “ferita” dall’impeto espressivo.
Così l’ansia esistenziale diventa sintetismo creativo per dialogare senza ostacoli con l’anima dell’essere umano.
La forma tenta di uscire dal blocco: essa viene celata e svelata continuamente, in un gioco di piani e volumi nei totem e nelle figure. Come nel disegno, la forma umana si sfalda per diventare simbolo in cui è impressa ancora una storia umana:
Così dalla Testa di donna del 1973, in cui il dolore ha scavato profondamente le forme del viso, alla Donna del 1974 la sintesi approda a risultati sublimi, facendo “gridare” la figura nelle crepe e nelle asperità della pietra, fin nell’ultimo gesto sacrificale che addirittura ferisce la materia (Figura ferita, 1974), inserendo il tema coloristico che testimonia l’esistenza ancora vibrante che pulsa dall’interno.

Nelle Figure, icone immutabili del sentire umano, la materia si mostra in tutta la sua sensibilità: l’artista blocca per la prima volta l’estensione nello spazio della figura, che appare contenuta in un parallelepipedo. In questa fase la predilizione per la plasmabile terracotta è un obbligo espressivo, la scelta per una materia capace di registrare in tutte le sue variazioni una creazione artistica che fa subire mutamenti continui alla superficie.
In ogni loro piccolo particolare evocano la solida semplicità di figure di puro spirito, create da quella capacità visionaria di chi cerca e trova conforto dei propri dolori nei simboli ancestrali di vita.
E’ un’arte priva di connotazioni temporali.
La nobiltà dell’animo umano emerge poi nell’ultimo lavoro plastico “I vincitori” del 1976: estrema e pubblica affermazione di vita, vittoria possibile contro ogni ostacolo.
Dopo quest’ultimo lavoro Guidi abbandonerà la lavorazione plastica e tradurrà le sue idee solamente sulla carta, facendo emergere in tutta la sua forma un’espressività violenta e scomposta, attraverso un ductus deciso e continuo, quasi un’incisione.
I contorni si animano e con pochi elementi l’artista riesce a coinvolgere in una forte partecipazione emotiva e a trasmettere “Il grido” e la disperazione dell’uomo ormai vinto.
Il Grido del 1976 rappresenta l’estrema e più completa sintesi di questo ciclo: un volto tormentato in primo piano che dialoga attraverso lo sguardo insistente e la bocca dilatata nell’estrema dichiarazione di paura, il colore che, dato a piccoli ma incisivi tocchi, sottolinea drammaticamente il sentire.
Siamo partecipi del raggiungimento della più alta sfumatura espressionistica, espressa da inquietanti e drammatiche immagini della sofferenza umana, icone anch’esse, racchiuse stavolta nel parallelepipedo del foglio, ma infinite nella loro eco che risuona nei nostri animi.
Dopo questo ultimo momento l’uomo Ugo Guidi verrà schiacciato dalla malattia, diventando un vinto-vincitore che sa essere ancora capace testimone, presente e forte, per lanciare il proprio “Grido” all’intera umanità che lo veglia.


“Ultima impressioni di una vita sfuggente, di un dramma che è realtà vissuta e lacerante.
Poi il silenzio.”4



1 Caludio Giumelli, Ugo Guidi, in Scultura Toscana del ‘900, a cura di Umberto Baldini, Firenze 1980, pp.186-197.
2 Andrea B.Del Guercio, Antologia critica, in Ugo Guidi, a cura di Piero Santi, Firenze 1979, pag. 12.
3 Stefano Francolini, Il segno, la materia, la forma: l’Arte dello scultore Ugo Guidi, Pisa, 2002, pag.14.

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