DORA MARKUS. NON TI PERDERE. Ex Chiesa di San Carlo dei Barnabiti, Firenze




Non ti perdere. 
Storia di una distruzione perversa e di una rinascita interminabile

Una tavola di quercia secolare che accoglie i pensieri, i sentimenti, i desideri di una donna. Il legno con la sua storia, i suoi anelli che segnano e misurano la vita, lo scorrere del tempo, il tempo che incide e modifica la struttura. Gli avvenimenti accaduti e subiti mutano completamente e continuamente parti del proprio essere. Il legno è il corpo, il sangue, la sofferenza della carne. In quest’opera la tavola è il luogo, lo spazio della violenza. Le ferite sull’antico legno segnato dal tempo sono memoria di misfatti inenarrabili, dove la natura trova espressione nei segni che sono gesto e alterazione dello spirito. Le violenze, il disagio di vivere una realtà fatta di apparenze, ma crudele. C'è la materia, l'arte, il mondo organico, l'arte di scolpire e dipingere e quella di saper leggere i segni del tempo.

Dora urla muta la sua disperazione, la voce soffocata in gola. Ed ecco che prendono forma i segni intricati di una scrittura quasi illeggibile, strozzata dalla sofferenza. Parole segrete interrotte da chiodi rugginosi che le penetrano e le feriscono. Attraversano, lacerandoli, gli eterei fogli profumati dei ricordi contornati dal fuoco. Fogli trasparenti come l’anima violata che celano petali di effimera purezza. La ragnatela dei pensieri è stata trafitta in profondità, lacerata, ma non distrutta. Non c'è violenza che possa abbattere chi vive in questa rete di affetti, passioni, moti dell'animo. Una persona, semplicemente, che vive e vuole vivere.
Ogni tratto della ragnatela è un percorso di vita, una vita da vivere. Un sentimento che non può andare perduto: su di essa, parole e frasi che si compongono e scompongono disegnando la complessa architettura intessuta dal ragno che ne fa la sua casa. La ragnatela dimora dei sentimenti che s'incrociano, si scontrano, sovrappongono o fuggono via, attraverso i tanti spazi vuoti della memoria smarrita. Un ricordo forse è un sogno o forse è solo realtà. Forse non è né bello né brutto, ma è solo un ricordo che segna la vita. La propria vita vissuta e quella delle altre donne che l'hanno preceduta. Un brandello di pizzo bianco dell'abito da sposa, sogno e prigione, vita e morte per tante donne.
L’opera parla di una violenza ‘nascosta’, subita da molte donne, quella violenza psicologica, spesso più strisciante e nascosta della violenza fisica, che ferisce nel profondo e resta conficcata (come i chiodi dell’opera) nella profondità dell’animo, influendo sul comportamento e sullo stato d’animo, sulle certezze di una persona.
I testi che formano la ragnatela rappresentano riflessioni inconsce e consce della mente dell’artista: percorsi di vita, richiami proustiani alla memoria, reminiscenze culturali fondanti dell’artista (da Calvino a Montale, passando per Borges), pensieri di rinascita che vengono brutalmente ‘incisi’ e lacerati dalla violenza cieca che agisce sull’animo di Dora, materialmente simboleggiati dai chiodi rugginosi che contrastano fortemente come materia sulla delicatezza della carta velina, lacerandola. Una ragnatela che ricama il quadro della storia di Dora e della sua resistenza al femminile: amuleti di speranza che la tengono avvinta alla vita.

In questa opera di Dora Markus, la materia è l’opera stessa. Essa si presenta, si mostra sul piano dei significanti, apparentemente informale, ingannando una matericità in realtà tutta concettuale. L’assemblaggio di elementi diversi, di materie così differenti, è il risultato dell’energia creativa che è motore dell’opera; il disagio esistenziale dell’artista si fa materia e gesto, in una narrazione carica di significati. Il racconto torna ad essere l’oggetto e la narrazione il soggetto dell’opera. In questa opera di Dora Markus, la lezione dell’Arte Concettuale è assimilata, ma non citata. La linguistica, il senso dello scrivere è proprio dell’opera, dove scrittura e immagine si completano a vicenda. La matericità degli elementi assemblati hanno scopo e significato proprio, esattamente come le parole scritte: materia e memoria sono strettamente connesse, come simboli che rimandano a nuove ipotesi di significato.
Trionfa, nonostante tutto, il senso di speranza di una rinascita continua, infinita:“Lontano dai rumori nel riconquistato silenzio posso ascoltare le farfalle che mi volano per la testa. È necessaria molta attenzione e persino del raccoglimento perché il loro battere d'ali è quasi impercettibile. Un respiro un po' più forte basta a coprirle.” (J. D. Bauby)
Ma un respiro più lento può farle volare, nonostante ogni maltrattamento.
Alessandra Frosini


(L'opera è stata presentata alla mostra Inaequalia, Ex Chiesa di San Carlo dei Barnabiti, Firenze, 6-13 Giugno 2013)

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