IGNAZIO FRESU. CENTO SCALE, Giardino Buonamici, Prato (installazione permanente)
Cento scale vuole
richiamare, attraverso l’oggetto simbolico della scala, la poesia
di Eugenio Montale Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione
di scale, in cui il poeta esprime la sua concezione
dell'esistenza. La realtà non è quella che si vede con gli occhi e
si percepisce con i sensi, fatta di impegni e casualità, insidie e
delusioni, ma è qualcosa che va al di là delle apparenze non solo
di chi crede che la realtà sia quella che si vede, ma anche di chi,
pur avendo piena consapevolezza che ciò che vede e percepisce non è
la realtà, ha altresì coscienza che questa resti essenzialmente
insondabile per l'uomo.
È un profondo sentimento di
assenza rappresentato dall’impossibilità di salire (e scendere) i
fragili gradini che compongono le scale con un faro che possa
illuminare e rendere chiare le verità più profonde, possa dare
significato alla percezione della propria esistenza, squarciando il
velo di Maya.
Quella che in Montale era una
stanchezza esistenziale che si acuiva con la perdita della compagna
del viaggio di una vita, nell’opera di Fresu diventa la
comprensione dei limiti dell’uomo, l’assenza di riferimenti che
porta all’inconoscibilità del reale.
A questo si sovrappone un’altra
istanza: le cento scale del titolo richiamano infatti nell’artista
ricordi d’infanzia legati alla sua città natia, Cagliari. “Centu
Scales” è da sempre chiamato l’antico anfiteatro romano a
Cagliari, dove i genitori da bambino lo portavano a passeggio. Il
ricordo di quel luogo rappresenta per Fresu l’assenza, la mancanza
che è però colmata dal dolce sapore del ricordo, della memoria, che
riempiono l’impenetrabile mistero della realtà.
Alessandra Frosini



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