INTERVISTA A FABIO CAVALLUCCI - CENTRO PER L’ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI


Il nuovo edificio del Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato

Abbiamo incontrato il neo-direttore artistico del Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci, alla vigilia del suo primo incontro con il territorio, per capire, dopo le ultime iniziative di Prato Contemporanea (che hanno portato in città Emilio Isgrò, Kaarina Kaikkonen, Fabrizio Corneli, Carlo Bernardini e Marco Lodola) qual è la situazione attuale, quali sono le problematiche da affrontare e quali le possibili risposte.


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Fabio Cavallucci




Com'è stato accolto a Prato?
Devo dire che sono stato accolto molto bene e soprattutto ho trovato qui a Prato e in Toscana in generale, una voglia reale di rilancio e un'atmosfera positiva. Non me l'aspettavo perché, tornando dopo alcuni anni in Polonia, pensavo di tornare in un'Italia un po' depressa psicologicamente, un po' negativa. Invece qui intorno a me ho trovato persone positivamente motivate. Questo non vuol dire che non ci siano problemi, ma certo le persone che ho incontrato all'interno e all'esterno hanno veramente una volontà di rilancio positiva.

E proprio il rapporto con il territorio è il primo punto da cui parte il suo progetto di rilancio del Centro.
Non credo si possa fare diversamente. Certo se uno si trova a Londra o a New York la situazione è completamente diversa, ma molto semplicemente credo che, in un luogo così caratterizzato com'è una città di medie dimensioni italiana, si debba cogliere l'occasione per fare una sperimentazione ancora più importante e più approfondita, cioè capire cosa l'istituzione debba essere per questo territorio che l'ha finanziata e l'ha voluta e che quindi si aspetta delle risposte. La domanda alla fine poi non è tanto sull'istituzione ma su cosa è l'arte contemporanea oggi, qual'è la funzione dell'arte oggi.

Qual'è dunque il ruolo, secondo lei, dell'arte contemporanea oggi?
Personalmente, e credo come me molti altri, non sono soddisfatto fino in fondo di un sistema che ha funzionato certamente fino ad ora (il sistema galleria-collezionista), che è riduttivo rispetto a ciò che l'arte è sempre stata storicamente, cioè un messaggio, una comunicazione che lasciava i segni della storia dell'umanità nel corso del tempo e che parlava, quando avveniva, non dico a tutti perché questo non è mai avvenuto, ma ad un numero largo di persone. In gran parte anche Michelangelo o le immagini della grotta di Altamira erano una comunicazione compresa dalle persone che si trovavano in quei luoghi, quindi una comunicazione di una comunità. Noi dobbiamo cercare di ritrovare il valore dell'arte per questa comunità perché altrimenti è una visione limitante.

Intravedo quindi nelle sue parole il perché di un calendario d'incontri aperti a tutti (il primo dei quali è in programma proprio oggi), per cercare di approfondire ciò che il territorio si attende dal Centro Pecci. Un centro che, negli ultimi anni, è stato percepito come un luogo lontano, con scarso dialogo con il territorio, che ha significato anche una limitata affluenza di pubblico. 
D'altra parte legate al Pecci ci sono due associazioni (l'associazione degli amici del museo Pecci e Aparte, associazione Pecci Arte), di cui la seconda, in particolare, ha realizzato numerose iniziative e in qualche modo ha colmato la lacuna che esisteva col territorio. Che tipo di rapporto ha intenzione di mantenere con queste espressioni? Ha già incontrato queste associazioni?
Ho già incontrato alcuni dei loro rappresentanti. Le associazioni di volontariato sono fondamentali, sono radicate nel territorio e hanno modo di far sì che l'arte venga a confluire più facilmente, perché sono a contatto con le persone e anche perché sono a volte senza burocrazie e riescono a realizzare cose che per la burocrazia dell'istituzione sono più complicate, come ad esempio è accaduto nelle recente collaborazione per l'installazione di Kaarina Kaikkonen sulle mura cittadine. Il volontariato a mio avviso è fondamentale in Toscana, è fondamentale per l'arte contemporanea ed è anche una bella palestra per chi in seguito voglia più professionalmente lavorare nell'ambito.
Per quel che riguarda gli aspetti pratici su cosa effettivamente valga la pena fare o non fare ci diamo un po' di tempo,  ammetto che non ho ancora approfondito. So che sono stati fatti dei progetti che a lume di naso sono stati interessanti, poi bisogna vedere nelle pratica come sono stati svolti. Non ho paura che nell'istituzione internazionale, anche del massimo livello, venga presentato il giovane del territorio, se c'è il livello di presentazione giusta. Per esempio, se si sa che in prima serata c'è il grande artista internazionale che poi interessa a tutti, al mattino presto può essere presentato anche il giovane del territorio, per la prima volta, per sperimentare e fare qualche cosa con l'istituzione. E' chiaro che ci vogliono anche delle figure di mediazione, un curatore o chi per lui che è in grado di aiutare l'artista a presentarsi per la prima volta al pubblico, perché non ha le armi, gli strumenti per farlo. 
E' certo quindi che io voglia continuare una collaborazione con le realtà associative.

Sono stati quasi completati i lavori per l'ampliamento del museo. C'è già un progetto di allestimento per la collezione permanente?
No, non c'è un progetto. La nuova ala è stata completata, almeno in presenza scenica, una settimana fa, il 17 maggio esattamente. E' quindi ancora un po' prematuro. Quando si comincia a pensare lo spazio bisogna farlo respirare, bisogna cominciare a capire come lo spazio può reagire e se ci sono i lavori in corso non è nemmeno fattibile. In più c'è il problema del restauro dell'altro edificio, che dovrebbe partire, ma in questo momento credo che ancora i fondi non siano stati stanziati. Ritengo che per riaprire il centro Pecci per il grande pubblico, facendo una promozione nazionale ed internazionale, credo che dovremmo prima riaprirlo tutto, quindi sia la parte nuova che la parte vecchia restaurata, perché sarebbe sbagliato pensare di poter riaprire solo la parte nuova. Non avrebbe senso perché poi la gente a Prato dal mondo possiamo tentare di portarla una volta e non è che portiamo la gente dicendogli “ecco questa è l'automobile, però la prima parte è terminata, mentre quella dietro e la carrozzeria sono ancora un po' da sistemare, ma il prossimo anno sarà finita”. Dobbiamo presentare la carrozzeria dell'auto completa, se vogliamo che poi venga considerata per quello che è.

Quindi l'apertura slitterà ancora?
Non è una decisione che posso prendere da solo, ne discuteremo con il consiglio, abbiamo un nuovo presidente (Matteo Biffoni, neoeletto sindaco di Prato, ndr) che ancora personalmente non ho incontrato e capiremo anche quali sono le sue idee. Sono pronto a ricredermi se mi si dimostra che è meglio, per qualche ragione, fare diversamente, però ritengo che per le strategie di comunicazione e per il risultato complessivo, sia meglio lavorare molto per un'apertura che vada, possibilmente, prima dell'Expo del prossimo anno (maggio 2015) in cui però vogliamo essere in grado di presentare tutto il centro completo. Partiremo comunque già da settembre con una programmazione d'incontri e iniziative, avviando cioè la presenza del Centro, anche se non ancora nella sua forma completa, non ancora nella sua forma globale.

In questa ristrutturazione che ruolo avranno il CID/Arti visive e il servizio educativo? Si è paventato nei mesi scorsi un definitivo depotenziamento e una probabile futura chiusura della biblioteca e del servizio didattico. E' davvero questa la realtà? Credo che sarebbe un suicidio per il centro stesso. A questo si aggiunge anche il problema dei licenziamenti di 9 dipendenti del Centro... 
Non credo che si tratti di questo, anche se devo ammettere che sulla questione dei licenziamenti sono arrivato in corso d'opera, quando queste cose erano già state avviate e capisco che siano questioni poco piacevoli per tutti, per chi lo farà e per chi si troverà licenziato, perché si troverà in una situazione difficile. Io non sono entrato, non è mio compito e non ho avuto nemmeno la possibilità di entrare in questa situazione, anche perché entrarci comporterebbe cercare di capire cose che hanno lunga data e sono partite molto prima di me. Un direttore arriva per fare un compito, che è quello di aprire il nuove Centro portando avanti nel modo migliore e farei fatica adesso nel giudicare cose, persone o attività del passato. Su questo, mi si conceda, purtroppo, e non mi piace perché di solito prendo sempre le responsabilità, in questo caso mi ritrovo ad essere colui che arriva quando la situazione è un dato di fatto e che non c'entra nulla con ciò che è successo. 
Per quanto riguarda il CID e l'attività didattica, è chiaro che non saranno lasciati. L'attività di ricerca e di conoscenza sono attività fondamentali per un'istituzione e il nostro Centro, quello che poi realizzeremo, voglio considerarlo più un laboratorio, o almeno anche un laboratorio e non soltanto un luogo espositivo in cui si comunica le scoperte già raggiunte, quindi figuriamoci se non c'è bisogno di un centro di ricerca e un centro di sperimentazione e documentazione. E figuriamoci poi se non c'è bisogno di una didattica intesa anche come serie di incontri con personalità internazionali, dove si discutono tematiche e anche di che cosa un'istituzione debba essere in un momento particolare com'è quello di oggi, in cui anche le grandi istituzioni stanno aggiustando il tiro un po' ad occhio. Siamo in un momento di grande cambiamento e non c'è nessuno che sappia dire qual'è il modello che funziona da seguire per il museo e il centro di arte contemporanea. Non lo può dire nessuno, nemmeno il MOMA, nemmeno la Tate Modern, che certo attirano tante persone, ma bisogna anche capire quanta ricerca ci sia dietro a questa grande operazione, in fondo, di luna park, di parco di divertimento. Sicuramente verranno prese delle decisioni su come gestire queste attività che sono fondamentali.

Certo, la grandezza del Centro e le attività da gestire richiederanno nuove forze e anche in numero consistente, immagino.
Non si gestirà un apparato di questo tipo con poche persone e sarà necessario avvalersi di personale per le varie funzioni.
C'è già un accordo fra tutti i musei della città per gestire in comune alcune funzioni. Quando si parla di aperture, il lavoro non si discosta molto da quello che si fa a palazzo Pretorio e al Museo del Tessuto, anche se è chiaro che chi è qui debba sapere cosa c'è in mostra. Quando si parla di CID, biblioteca, ho scoperto con sorpresa che qui c'è una biblioteca di grande livello internazionale che è la Lazzerini, che è gestita in modo assolutamente fantastico, perché è vasta, varia, frequentata, il che significa che funziona, che dà una risposta reale al territorio e quindi trovare un accordo di collaborazione potrebbe essere una soluzione anche per questa parte più piccola e specialistica che è questa sulle arti contemporanee.
Poi ci possono essere tante attività e ci vorrà qualcuno che sia in grado di progettare le attività, ma poi i laboratori è bene che ci siano anche tanti giovani, che magari solo per farne alcuni, temporaneamente, per dei periodi, vengono, provano, sperimentano e cominciano così a confrontarsi con il lavoro. Le forme di gestione sono tante ed è ovvio che ci sarà bisogno di tante persone, anche se non è detto che tutte debbano essere assunte in una posizione di contratto tradizionale, anche perché sappiamo che il mondo sta cambiando, anche il mondo del lavoro sta cambiando e c'è bisogno di una grande elasticità.

Senta, ma con Sgarbi, poi, com'è andata a finire?
Mah, chieda a lui. Credo che gli sia stato dato un incarico per una serie di mostre nella città, però non so niente di più. 

C'è stato un dialogo fra di voi? Avete parlato?
No. Magari lo troviamo oggi all'incontro...


Mai dire mai, tutto è possibile.  


Alessandra Frosini


(articolo pubblicato su ArsKey.it:




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