IGNAZIO FRESU. MEMENTO - Paratissima 2014, Torino
Ricordati
ciò che eravamo e ciò che siamo diventati; qui, nella quiete di un
tempo immutabile che colleziona attimi da posare uno sull'altro.
La
memoria umana può essere paragonata ad un archivio in cui tutte le
nostre esperienze sono registrate e catalogate come ricordi, ovvero
come qualcosa capace d'incidere nella nostra mente attraverso le
percezioni, gli eventi e i volti della nostra vita, indirizzando le
nostre azioni e le nostre volontà. Un archivio vivo e caotico,
tenuto secondo criteri apparentemente folli: oggetti, volti, suoni,
odori, sensazioni, immagini che convivono e si animano, assumendo
improvvisamente forme nuove e vive, grazie all'inconscio. Un archivio
attraverso cui possiamo ricostruire minuziosamente le sensazioni
passate partendo da aspetti minimi e apparentemente irrilevanti del
reale, capaci però d'innescare la catena delle associazioni di
significati ed evocare situazioni e contesti passati. Il tempo
perduto e ritrovato della memoria proustiana si manifesta come
un'epifania, un'apparizione chiarificatrice che aiuta a disvelare a
noi stessi ciò che siamo e che eravamo, quale era l'inizio delle
speranze e quali le attese, alimentando con rimandi incessanti il
continuum delle sensazioni e riflessioni che costituiscono il nostro
flusso di coscienza. Un movimento fluido, inevitabile ed eternamente
rinnovato attraverso cui quello che siamo ci scivola addosso.
Con
Memento ci troviamo esattamente là, dove la realtà sfuma e tutto
diventa memoria. E' un sogno legato alla percezione di ciò che è
stato, alla sua rievocazione. Una stanza piena di un'insperata pace e
di un'ormai sconosciuta ingenuità, in cui il tempo meccanico, quello
che si misura con gli orologi, è messo in crisi, non esiste più, e
passato e presente convivono nel ricordo secondo una modalità
diacronica che influisce sulla percezione. E' il tempo della memoria
umana, che raccoglie gli attimi di tutto quel passato indefinitamente
trascorso che ignoravamo di portare in noi, e che invece esiste
sempre e sempre ci accompagna, nonostante la colpevole indifferenza
dei nostri pensieri.
Siamo
immersi in un ambiente scolastico, circondati dai banchi e dalle
sedie di una classe, apparentemente divenuti di pietra e disposti
come in un aula scolastica. Su ognuno di essi è presente un libro
aperto con delle matite e giocatoli vari, realizzati con una finitura
che sembra di acciaio lucidato a specchio. Oggetti cristallizzati ed
oggetti con superfici che riflettono la memoria e la moltiplicano,
l'amplificano in un gioco di rimandi che muta ad ogni nostro passo,
ad ogni diversa angolazione dello sguardo, incidendo nell'ambiente e
catturandolo in modo diverso. Superfici diverse e giustapposte che
dialogano coi sensi e con la nostra mente allo stesso tempo.
Si
scopre qui un differente “oltre” rispetto alla cristallizzazione
dei momenti e dell'essere a cui ci ha abituato Fresu, siamo partecipi
in modo collettivo di una scena mentale piuttosto che reale, della
sua rievocazione. E' un paesaggio della memoria inafferrabile ed
incompleto, di una memoria eidetica, che si attiva e crea immagini
mentali definite e precise, solo grazie alla suggestione di un
oggetto visto. E la realtà non si sa più a quale campo appartenga e
se sia più reale il sogno (della memoria) o la realtà
stessa.
Proust
aveva parlato delle “totali resurrezioni del passato”, che non
sono “semplicemente un’eco, un duplicato d’una sensazione
passata”, “ma proprio quella sensazione stessa” (Il tempo
ritrovato). Non è dunque semplicemente l’ ”idea” del passato,
ma la stessa realtà del passato a conservarsi e ad esistere sempre.
In Memento c'è un passaggio ulteriore, che possiamo esplicare
attraverso la visione di Bergson quando afferma che la “completa
sopravvivenza del passato” è una sopravvivenza che assicura “ad
ogni stato psicologico passato un’esistenza reale, sebene
inconscia” (Materia e memoria), e prende in considerazione la
possibilità di estendere “alla totalità degli stati del mondo
materiale la completa sopravvivenza del passato psichico”. Ma per
Bergson tale sopravvivenza non riguarda il contenuto concreto del
passato, ma il “ricordo”, lo stato psicologico inteso come
“rappresentazione di un oggetto assente”, che è assente perché
si è annientato. Ciò che sopravvive completamente sono, dunque,
soltanto gli stati psicologici, non gli “stati del mondo
materiale”.
Fresu,
andando oltre il pensiero di Proust e di Bergson, concepisce quei
giorni trascorsi tra i banchi di scuola come il lontano ricordo di un
passato che continua ad esistere anche quando il ricordo stesso
sembra essersi perduto per sempre. Si tratta di un ricordo che vivrà
non solo finché esisterà un io capace di custodirlo, e perciò
capace di salvarlo dall'azione distruttrice del tempo, ma anche in
una dimensione differente,, che non è quella apparente: il passato
che noi facciamo coincidere con la memoria rappresenta solo la parte
a noi più invisibile e le cose che non vediamo più non sono
improvvisamente entrate nel nulla, ma solo e semplicemente scomparse
dal nostro orizzonte degli eventi.
Allora
quel che resta (citando il titolo di un'altra sua installazione),
sembra suggerirci Fresu, è diventare memoria, sfiorando con
delicatezza le cose che custodisce il tempo, lasciandosi carezzare i
polpastrelli dalla loro “vernice”, senza mai allungare le braccia
ed affannarsi nel prendere.
Il
sempre è fatto di attimi che si stratificano, precipitati di tutto
ciò che non sarà più e di tutto ciò che ancora deve essere.
Alessandra
Frosini




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