CIRO PALUMBO, I MULINI DI DIO. E' STATO SCRITTO
Nel
2011 il regista Lech Majewski, ispirandosi al dipinto del 1564
“Salita al Calvario” del pittore fiammingo Pieter Brueghel il
Vecchio, dirige il film “I colori della Passione”. L’impianto
dell’opera si costruisce sul saggio The Mill and the Cross del più
grande contemporaneo conoscitore di Brueghel, lo storico d’arte
Michael Francis Gibson.
Ciro
Palumbo rimane emotivamente colpito dalla visione fortemente
pittorica del regista che, attraverso fondali sovrapposti a riprese
in ambienti reali, attua una magistrale scomposizione del dipinto di
Brueghel.
Da
questa suggestione nasce in Palumbo il desiderio di approfondire lo
studio della poetica del pittore cinquecentesco e da questo punto di
partenza nasce la serie di opere “i MULINI di DIO”, una sua
personale visione filosofica della parabola umana che, come una
ruota, gira e si ripete nel tempo. Cambiano i soggetti, cambiano i
tempi, ma la storia umana pretende, sempre e comunque, il sacrificio
di un capro espiatorio per peccati che reputa non suoi. Tutto questo
sembra avere origine da una fede spesso non risolta e in perenne
conflitto con le ragioni del cuore e gli inganni della mente. Ciro
Palumbo fa proprio questo dramma e ricompone le tavole come in una
Via Crucis dove la ricerca di un’armonia con il Divino,
inesorabilmente si scontra con il cedimento dell’animo umano di
fronte al dolore e al mistero della morte. L’artista, mentre è
consapevole dell’inesorabilità ciclica di questo dramma umano,
indica per se stesso e per noi, il percorso e la speranza di una
possibile salvezza. La Mostra “i MULINI di DIO”, presentata a
Nola (NA) nell’ottobre del 2014, prosegue il suo viaggio nella
città di Matera per approdare poi a Firenze. In ciascuna di queste
sedi l’occasione di una più approfondita riflessione del viaggio
pittorico già intrapreso con l’aggiunta di nove opere a olio, sia
su carta che su tela.
La
mostra a Matera diventa “I MULINI DI DIO - è stato scritto”
A
Matera che è terra di luce e di pietra che quasi si creano l'una
dall'altra. La pietra bianca calcarea che è montagna, ma anche
cavità, il Sasso che diventa ventre materno e che accoglie la vita:
una città-pietra che è anche città-croce, scelta inoltre da
registi come Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson per ambientare il
dramma della Passione in film divenuti celebri.
Ciro
Palumbo presenta opere con intense tonalità di colore bianco sotto
il sole ferocemente antico della Gerusalemme italiana: il destino
dell'uomo, il dramma del dolore e il desiderio di salvezza qui si
uniscono con il bianco simbolico della pietra e della luce, fondendo
in maniera armonica l'idea concettuale con quella del simbolo che
rievoca la memoria. Ed il bianco è colore simbolico per eccellenza,
assenza di colori, perché li inghiotte tutti in sé, è considerato
luce e simbolo della spiritualità e della trascendenza in tutte le
culture, e interpretato, secondo l'Apocalisse di Giovanni (7, 13-14),
come il colore della purezza ottenuta col sacrificio fino al
martirio.
La
mostra “I MULINI DI DIO - è stato scritto”
È
stato scritto: che la verità non è mai nuda ma è sempre celata
nell’evidente.
Ciò
che “è stato scritto” è forse il destino dell'uomo, che si
ripete incessante, il destino del sacrificio umano che chiede le
proprie vittime, per continuare a mantenere il suo equilibrio
ancestrale. Quello che “è stato scritto” appartiene alle
narrazioni della Passione dei vangeli canonici (ma anche di quelli
apocrifi), come appartiene alla ciclicità del destino umano, al
mondo in cui tutto ritorna o in cui tutto in una mobile, ricorrente
eternità resta uguale a se stesso, e che richiama il concetto di
“pasta sfoglia del tempo” teorizzato da Hans Magnus Enzensberger,
secondo cui il tempo (e la storia) trova la migliore rappresentazione
della sua complessità e commistione attraverso il paragone con la
pasta sfoglia e il suo caratteristico sovrapporsi di strati, in cui
non esiste un “nuovo”, perché “ciò che di volta in volta
rappresenta il nuovo è solo un sottile strato che galleggia su
insondabili abissi di possibilità latenti”.
I
MULINI DI DIO
è
stato scritto
mostra
di Ciro Palumbo
a
cura di Alessandra Frosini e Stefano Gagliardi
24
aprile - 7 maggio 2015
Ex
Ospedale San Rocco
Piazza
San Giovanni Battista, Matera
Vernissage:
venerdì 24 aprile alle ore 18
Ex
Ospedale San Rocco
Conferenza-Dibattito
con Lech Majewski: sabato 25 aprile alle ore 15.30
Sala
conferenze dell’Ex Ospedale San Rocco
--------------
Dalla
capacità di sguardo dell'artista, da un disvelamento o forse, ancor
più, da una rivelazione: da qui nasce l'opera, che non è frutto
della vita o della storia, ma solo dell'arte stessa. L'artista che
crea indaga il pensiero partendo dalla centralità della relazione
che c'è tra cosa e immagine, tra passato e futuro, tra autore e
fruitore e tra finzione e realtà.
Nel
film I colori della Passione di Lech Majewskij, suggestione da cui
parte la serie di opere “I Mulini di Dio” di Ciro Palumbo, il
ruolo dell'artista creatore è ben delineato attraverso la figura di
Bruegel rappresentato, con continui passaggi fra "realtà"
e immaginazione creativa, mentre studia la composizione e la vive,
dando corpo alle sue immagini, partecipando alle vicende che vi si
svolgono e prefigurandone gli sviluppi. Questo è il punto di
partenza per una riflessione nella riflessione che indaga il ruolo e
il valore dell'artista e dell'arte stessa e del cinema che racconta
se stesso. Ecco che il gioco di rimandi continui, di simbologie nelle
simbologie, il gioco di scatole cinesi vertiginoso, amplifica lo
studio delle potenzialità evocative del mezzo espressivo, sia esso
l'arte o, appunto, il cinema. Ecco allora un pittore demiurgo e un
cinema (un regista) che plasmano e guardano la loro opera, come Dio
che osserva da fuori il mondo che ha creato, come il mugnaio che
guarda dall'alto, dal mulino sulla roccia, il destino degli uomini, e
un altro artista, Palumbo, che crea sogni dipinti in un ininterrotto
sovrapporsi di livelli e in un gioco di rimandi tra reale e surreale,
con la libertà di una poesia moderna. E quel clima di straniamento
continuo che pervade la pellicola fa eco nelle opere di Palumbo, che
indagano quel mulino distante, che poggia alto sulla roccia, che
noncurante delle vicende che si stanno compiendo sotto di lui,
continua a macinare grano, il grano del destino del grande mugnaio
del cielo. E' un mulino simbolico che macina un destino che tormenta
l'uomo come tormenta il redentore nella sua doppia natura, una
passione tragica condivisa dall'uomo e dal Cristo che cerca di
sottrarre al padre il destino dell'uomo.
Questa
è la seconda tappa del ciclo de "I Mulini di Dio", che
vede al centro della riflessione opere di notevole intensità
pittorica potenziata dal significato simbolico del colore bianco e
della sublimazione della luce. Ci troviamo nella fase del percorso
(percorso concreto-logico e simbolico allo stesso tempo) in cui il
processo di astrazione è giunto al mulino. E' un' astrazione intesa
quindi nel suo significato filosofico classico, di procedimento
attraverso cui viene isolato un elemento da tutti gli altri ai quali
era connesso, che diventa oggetto su cui si concentra la ricerca, un
metodo logico per ottenere concetti universali ricavandoli dalla
conoscenza sensibile di oggetti particolari.
Siamo
a Matera e non è un caso che questa fase venga accolta ed esposta in
questa città. Matera è terra di luce e di pietra che quasi si
creano l'una dall'altra. La pietra bianca calcarea che è montagna,
ma anche cavità, il Sasso che diventa ventre materno e che accoglie
la vita: una città-pietra che è anche città-croce, scelta inoltre
da registi come Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson per ambientare il
dramma della Passione in film divenuti celebri. Perché la cultura
umana necessariamente non può che confrontarsi con il pensiero del
destino e dunque riflettere sulla vicenda della croce e dell'uomo.
Ecco perché proprio a Materia si colloca questo momento del
percorso, sotto il sole ferocemente antico della Gerusalemme
italiana: il destino dell'uomo, il dramma del dolore e il desiderio
di salvezza qui si uniscono con il bianco simbolico della pietra e
della luce, fondendo in maniera armonica l'idea concettuale con
quella del simbolo che rievoca la memoria. Ed il bianco è colore
simbolico per eccellenza, assenza di colori, perché li inghiotte
tutti in sé, considerato luce e simbolo della spiritualità e della
trascendenza in tutte le culture, e interpretato, secondo
l'Apocalisse di Giovanni (7, 13-14) come il colore della purezza
ottenuta col sacrificio fino al martirio. Stiamo in fondo osservando
una via crucis che si svolge sotto i nostri colpevoli occhi e stiamo
percorrendo una strada fatta di passaggi e di eterni ritorni, una
strada che è anche, paradigmaticamente, percorso di mostra.
Un
percorso suddiviso in tappe comprende il concetto di continuità, che
non significa tuttavia ritorno, ma piuttosto sviluppo, apertura verso
nuove prospettive. Ad ampliare l'orizzonte del discorso, ad
attraversarlo, interviene qui Palumbo con visioni inattese ed
enigmatiche per offrire una sua personale visione filosofica della
parabola umana che, come una ruota, gira e si ripete nel tempo.
Ciò
che "è stato scritto" è forse il destino dell'uomo, che
si ripete incessante, il destino del sacrificio umano che chiede le
proprie vittime, per continuare a mantenere il suo equilibrio
ancestrale. Quello che "è stato scritto" appartiene alle
narrazioni della Passione dei vangeli canonici (ma anche di quelli
apocrifi), come appartiene alla ciclicità del destino umano, al
mondo in cui tutto ritorna o in cui tutto in una mobile, ricorrente
eternità resta uguale a se stesso, e che richiama il concetto di
"pastasfoglia del tempo" teorizzato da Hans Magnus
Enzesberger, secondo cui il tempo (e la storia) trova la migliore
rappresentazione della sua complessità e commistione attraverso il
paragone con la pastasfoglia e il suo caratteristico sovrapporsi di
strati, in cui non esiste un "nuovo", perché "ciò
che di volta in volta rappresenta il nuovo è solo un sottile strato
che galleggia su insondabili abissi di possibilità latenti".
Del
resto tempo, spazio e numeri sono le sole possibili astrazioni
attraverso cui la mente umana può avvicinarsi alle leggi naturali e
da esse può procedere contraendo il mondo esterno nei segni, come
sistemi che rinviano ad un contenuto, come uniche espressioni di un
linguaggio universale, compenetrato dal senso enigmatico delle cose.
E i segni che Palumbo dissemina nei quadri rimangono segni condivisi
di cui ognuno può ricercare una logica, perché specchio della
quotidiana riflessione sull'esistenza.
Così
l'opera diviene la scenografia di un repertorio vasto, che prende le
mosse nell'universo di Palumbo nelle suggestioni provenienti da De
Chirico, Savinio e Magritte, come dal simbolismo di Böcklin e
Klinger, per giungere, in un gioco di forze centripete e centrifughe
che passano dall'incastro alla deflagrazione, a qualcosa di
assolutamente nuovo in cui l'enigma nutre e dà forza all'essenza. E
la finzione diviene allegoria della natura illusoria della vita e di
una conoscenza che per l'artista può avanzare solo per improvvise
illuminazioni, ravvivando lo spirito con l'ausilio di rimandi
diversi.
La dimora di quest'immagine pensata, quel luogo silenzioso dove tutto nasce è il disegno fermato dall'artista con matite acquarellabili e poi con acrilico, sulla tela preparata con più strati a gesso, un disegno che resta a governare dietro le quinte (insieme ad alcune frasi e riflessioni che si aggiungono ad esso, direttamente sulla tela) la rappresentazione. A questo segue la stesura del colore in cui riprende luci e ombre, aggiunge e toglie e poi le successive velature a bitume e le lumeggiature per far vivere con la luce. Un processo che è anch'esso un percorso, fatto di soste, di tempi di riflessione e approfondimento, un turbinio di movimentazioni estraneo a certa pittura estemporanea che si brucia nell'attimo nella realizzazione.
La dimora di quest'immagine pensata, quel luogo silenzioso dove tutto nasce è il disegno fermato dall'artista con matite acquarellabili e poi con acrilico, sulla tela preparata con più strati a gesso, un disegno che resta a governare dietro le quinte (insieme ad alcune frasi e riflessioni che si aggiungono ad esso, direttamente sulla tela) la rappresentazione. A questo segue la stesura del colore in cui riprende luci e ombre, aggiunge e toglie e poi le successive velature a bitume e le lumeggiature per far vivere con la luce. Un processo che è anch'esso un percorso, fatto di soste, di tempi di riflessione e approfondimento, un turbinio di movimentazioni estraneo a certa pittura estemporanea che si brucia nell'attimo nella realizzazione.
I
segni vengono inseriti nei dipinti seguendo il punto di vista con il
quale l'artista li ha osservati, uno sguardo metafisico su un mondo
di oggetti fisico, tradotti in una pittura che non è né figurativa
né astratta. Ecco che il desiderio di sintesi attraverso segni e
simboli pervade anche gli elementi che sono le mete del percorso "I
Mulini di Dio": tutto quello che prima faceva parte di una
struttura e di un sistema, ora si mostra solo come elemento, un
passaggio alla volta, un segno alla volta.
E
i mulini di Dio appaiono mutarsi e aprirsi a noi.
Si
vede fra di essi il mulino che crea energia dalle sue pale che sulla
cima della roccia impervia sembra voglia tentare un volo, utilizzando
le pale quasi come ali. Un volo che potrebbe rivelarsi catastrofico
ma che rende ragione della salita faticosa, una salita verso l'alto
che ha tutto il sapore di una preghiera. Perché per arrivarci la
salita deve essere compiuta nel ventre della montagna (così si
intuisce nel film), in questa condizione architettonica surreale si
scorge una metafora del senso dell'ascesa che nel momento culmine ci
accorgiamo non essere sufficiente perché quello di cui necessitiamo
è un volo: è il paradigma del cammino incessante, che non arriva
mai perché smetterebbe di essere una ricerca e un afflato, uno
slancio, per non essere più nulla.
Gli
spazi allora si aprono come un abisso e testimoniano la vertigine
della salita e del volo, le nubi si addensano o sono del tutto
assenti, mentre i sassi ci mostrano la sostanza delle cose,
porgendoci punti di vista estremi, aprendosi e sollevandosi (Nel
bianco, nella luce e nel nulla; Lassù; Lassù dove volano i
pensieri).
Ma
il vento non riesce a muovere le pale di marmo di mulini
pietrificati, immobili come un momento e come un ricordo. Mulini
bianchi di luce e di materia, diventati di gesso o di pietra o di
marmo, che emergono dalla roccia e sembrano scolpiti in essa o la
abitano, o in dialogo con elementi rocciosi indicatori, quasi pietre
miliari (Monolite), in equilibrio su prosceni anch'essi di pietra che
nascondono e fanno intravedere una dimensione altra, creando un gioco
surreale e contraddittorio. Siamo posti davanti a più realtà (o
finzioni) o siamo noi che cerchiamo e siamo più realtà?
Siamo
spettatori e attori (con Palumbo) mentre guardiamo questi prosceni
che mostrano le cose, costruiscono lo spazio e il tempo, creando il
dentro e il fuori, il prima e il dopo, il qui e l' altrove. Le
costruzioni che allestisce sono spazi teatrali di cui l'artista
stesso si serve, adottando il punto di vista della platea teatrale o
dell'attore recitante, mettendo in scena l'angoscia, il pensiero e le
proprie riflessioni, guardando e lasciandosi guardare. Spazio e tempo
vengono ad annullarsi perché vediamo nello stesso momento e in uno
stesso spazio una cosa piuttosto che un'altra e siamo in due, tre
mondi, tre parallelismi, tre sentimenti, tre modi di sentire.
In
Visioni questo concetto è esplicitato e portato alle estreme
conseguenze: il mulino ha abbandonato la pietra dov'era arroccato e
la guarda beffardo da un'altra dimensione, gravitando aereo su uno
sgabello posto davanti al quadro da cui lui stesso proviene. Il luogo
della consapevolezza della roccia ferma è ormai svanito, tutto è
stato decostruito, vediamo addirittura le macine abbandonate (La
salita; Dimenticanze) e le parti del mulino che ormai non esistono
più se non in frammento e l'estrema conseguenza di questa fase non
può che essere una "sollevazione" in cui l'anima prende
spazio. Drappi sospesi accompagnano o fasciano allora la pietra che
era parte del mulino, che perde la gravità della materia e si fa
evanescente verso la luce, per affrontare una trasformazione che non
è un trapasso, ma un'elevazione verso un livello superiore, per
simboleggiare l'avvicinamento a Dio o il raggiungimento di una più
piena consapevolezza di se stessi. Molti dei segni vengono
immortalati in questa elevazione che li rende icone di un'arte
interiore e cerebrale capace di esprimere sensazioni estremamente
moderne. I simboli della passione si uniscono alle pietre iconizzate
e a fogli sospesi come atti poetici e compongono scene di un
equilibrio meditato e raffinato, in cui il rapporto con l'antico e la
tradizione si presenta anche come centro della riflessione sulla
bellezza, rinnegata da tanta arte contemporanea. E se è presente la
volontà di affrancarsi dai clichés della tradizione cristiano
cattolica (la pietra menhir con incisioni primitive di Segni) in un
superamento che è anche richiamo a concetti arcaici universali,
viene sempre ricercata e assimilata quell'aura di bellezza che
permette alle opere di affascinare lo sguardo con grazia e
discrezione, per ammirare la sapienza della memoria e del linguaggio,
per sentire il mistero di certi fenomeni dei sentimenti.
Nell'Ultimo
atto la trasformazione giunge alla sublimazione, con il segno per
eccellenza, il pane- corpo di Cristo che si solleva nell'assoluto del
cosmo con un drappo, basamento da cui si è separato, come una
sindone che lo accoglieva e avvolgeva, resa candida col sangue
dell'Agnello.
Lo
sfondo con la luce lunare richiama lo sguardo e focalizza
l'attenzione sull'attimo, l'istante in cui si compie l'azione,
nell'eternità di un momento che mette in scena l'esistenza di un
mondo che rimane ermetico ai nostri occhi, accentuando l'antitesi fra
esistenza fisica e sguardo metafisico.
Ed
è in questa sintesi che la pittura trova il senso costitutivo unico
della materia che ci consegna, lasciando il dialogo ancora aperto per
indagare l'enigma della vita, distillando eternità da un momento
passato.
(testo in catalogo)
(testo in catalogo)
Alessandra
Frosini
http://www.artoday.events/it/archivio-mostre/
Catalogo Ciro Palumbo. I Mulini di Dio. E' stato scritto.
Catalogo Ciro Palumbo. I Mulini di Dio. E' stato scritto.
GOD’S
MILLS by
Ciro Palumbo
From
the artist’s ability to look, from an unveiling or, perhaps, even
more, from a revelation: this is where the work originates, a work
which is not the result of life or history, but only of art itself.
The creating artist investigates the thought starting from the
central nature of the relationship which exists between object and
image, between past and future, between author and user and, lastly,
between fiction and reality.
In
the film The
Mill and the Cross by
Lech Majewski, the inspiration that triggers Ciro Palumbo’s series
of works entitled “I
Mulini di Dio” [God’s
Mills], the role of the creator artist is carefully outlined through
the figure of Bruegel represented, with continuous shifts between
“reality” and creative imagination, while he studies the
composition and experiences it, giving body to its images,
participating in the events which unfold in it and prefiguring future
developments. This is the starting point for a reflection within a
reflection that investigates the role and value of the artist, of art
itself and of the film that narrates itself. The game of constant
references, of symbols within symbols, the dizzying game of Chinese
boxes, amplifies the study of the evocative potential of the means of
expression, be it art or, precisely, film. Here we have a demiurge
painter and a film (a director) who shape and look at their work,
like God observing from outside the world which He created, like a
miller that looks from above, from the mill on the rock, man’s
destiny, and another artist, Palumbo, who creates painted dreams in
an uninterrupted overlapping of levels and in a game of references
between real and surreal, with the freedom of a modern poem. That
atmosphere of constant alienation that permeates the film is echoed
in Palumbo’s works, which investigate that distant mill perched up
high on the rock, that, mindless of the events which are unfolding
below it, continues to mill grain, the grain of the destiny of the
great miller in the sky. It is a symbolic mill that mills a destiny
that plagues mankind just like it plagues the Redeemer in His dual
nature, a tragic passion shared by man and by Christ, who tries to
steal man’s destiny away from His own Father.
This
is the second stage of the cycle entitled "God’s mills",
at the centre of which reflection there are works of considerable
pictorial intensity enhanced by the symbolic meaning of the colour
white and of the sublimation of light. We find ourselves in the phase
of the itinerary (an itinerary that is both tangible-logical and
symbolic at the same time), in which the abstraction process has
reached the mill. It is an abstraction, then, intended in its
classical philosophical meaning, of a proceeding through which an
element is isolated from all the other elements to which it was
connected, which becomes an object upon which the research is
focused, a logical method for obtaining universal concepts by
extracting them from the sensible knowledge of particular objects.
We
are in Matera, and it is no accident that this phase is welcomed and
displayed in this city. Matera is a city of light and stone that
almost create themselves one out of the other. The white limestone
that is a mountain, but also a cavity, the Rock that becomes a
mother’s womb and welcomes life: a city-stone that is also a
city-cross, also chosen by directors such as Pier
Paolo Pasolini and Mel Gibson to set the drama of Christ’s Passion
in films that have become famous. Because human culture necessarily
cannot but confront itself with the thought of destiny and thus
reflect upon the event of the cross and of man. This is precisely why
it was decided to set up this moment of the itinerary in Matera,
under the ferociously ancient sun of the Italian Jerusalem: man’s
destiny, the drama of pain and the desire for salvation are combined
here with the symbolic white of stone and light, harmoniously
blending the conceptual idea with that of the symbol that evokes the
memory. And white is the symbolic colour par
excellence,
an absence of colours really, since white swallows them all up,
considered light and symbol of spirituality and of transcendence in
all cultures and interpreted, according to the Apocalypse of Saint
John (7, 13-14) as the colour of purity obtained through sacrifice up
to martyrdom. We are essentially observing a Via
Crucis
that is taking place under our guilty eyes and are travelling down a
road made of passages and eternal comebacks, a road that is also,
paradigmatically, an exhibition itinerary.
An
itinerary split into stages comprises the concept of continuity,
which nevertheless does not mean return, but rather development,
opening towards new perspectives. To expand the horizon of the
discussion, to cross it, Palumbo steps in at this point with
unexpected and enigmatic visions in order to offer his own personal
philosophical vision of the human trajectory that, like a wheel,
turns and turns and repeats itself over time.
That
which “was written” is perhaps man’s destiny, which endlessly
repeats itself, the destiny of human sacrifice that wants victims, in
order to keep its ancestral balance. That which “was written”
belongs to the tales of the Passion of the canonical Gospels (but
also of the apocryphal Gospels), the same way it belongs to the
cyclic nature of human destiny, to the world where everything returns
or where everything stays the same in a mobile, recurrent eternity,
and which calls to mind the concept of “flaky pastry of time”,
hypothesised by Hans Magnus Enzensberger, according to which time
(and history) finds the best representation of its complexity and
mixture through a comparison with flaky pastry and its characteristic
overlapping of layers, where there exist no “new” because “that
which from time to time represents the new is simply a thin layer
floating upon immeasurable abysses of latent possibilities1”.
After
all, time, space and numbers are the only possible abstractions
through which the human mind can approach natural laws and proceed
from them, reducing the external world in signs, as systems that
refer to a content, as unique expressions of a universal language,
imbued with the enigmatic meaning of things. And the signs that
Palumbo disseminates in his paintings are shared signs for which each
one of us can search for a logic, as they are a mirror of man’s
daily reflection on existence.
And
so the work becomes the setting for a vast repertory, which takes its
moves in Palumbo’s universe from the inspiration drawn from De
Chirico, Savinio and Magritte, as well as from the symbolism of
Böcklin and Klinger, to arrive, in a play of centripetal and
centrifugal forces that go from joint to deflagration, to something
absolutely new in which the enigma provides nourishment and strength
to essence. And so fiction becomes an allegory of life’s illusory
nature and of a knowledge that, in terms of the artist, can move on
only by sudden flashes, enlivening the spirit through the help of
different references. The dwelling of this conceived image, that
silent place where everything is born is the drawing fixed by the
artist with watercolour pencils and then with acrylic, on a canvas
prepared with multiple gesso layers, a drawing that continues to
govern the representation from behind the wings (along with certain
phrases and thoughts added to it, directly on the canvas). This is
followed by the application of colour in which he captures lights and
shadows, adds and removes, and then the subsequent thin layers of
bitumen and the highlights to bring everything to life through light.
A process that is also a path, made of pauses, times for reflection
and in-depth thinking, a flurry of movements extraneous to a certain
extemporaneous painting that burns up during the instant of its
creation.
Signs
are added to the paintings according to the point of view with which
the artist has observed them, a metaphysical look upon a world of
physical objects, translated into a painting that is neither
figurative nor abstract. The desire for synthesis through signs and
symbols also permeates those elements which are the goals of the
itinerary of “God’s Mills”: all that was part of a structure
and a system before, is now shown only as an element, one step at a
time, one sign at a time.
And
God’s mills seem to change and open up to us.
One
can see amongst them the mill that creates energy from its blades and
that, at the top of the steep rock, seems to attempt to fly, using
the blades almost like wings. A flight that might turn out to be
catastrophic but that justifies such a difficult climb, a climb
towards a top that has all the makings of a prayer. Because to get to
the top man has to climb within the belly of the mountain (as one
infers in the film); in this surreal architectural condition we catch
a glimpse of a metaphor in the sense of an ascent which, at the
climax, we realize is not enough because that which we really need is
a flight: it is the paradigm of the endless journey, the end of which
never comes because it would stop being a search and an afflatus, an
impulse, so as to no longer be anything.
So
the spaces open up like an abyss and attest the dizziness of the
climb and of the flight; the clouds gather or are totally absent,
while the rocks show us the substance of things, offering us extreme
points of view, opening up and rising upward (Nel
bianco, nella luce e nel nulla;
Lassù;
Lassù
dove volano i pensieri – In the white, in the light and in the
nothing; Up above; Up above where thoughts fly).
But
the wind is unable to move the marble blades of petrified mills,
immovable like a moment and a remembrance. Mills white with light and
matter, turned into gypsum or stone or marble, that stick out from
the rock and seem sculpted in it or inhabiting it, or communicating
with indicating rocky elements, almost as milestones (Monolite),
balanced on forestages which are also made of stone and hide and
allow a glimpse of another dimension, creating a surreal and
contradictory game. Are we placed in front of multiple realities (or
fictions), or is it us that are searching and are multiple realities?
We
are both audience and players (with Palumbo) as we look at these
forestages that show the objects building time and space, creating
the inside and the outside, the before and the after, the here and
the elsewhere. The installations set up by Palumbo are theatrical
spaces which the artist himself uses, adopting the point of view of
the theatre audience or of the actor, putting on stage angst, thought
and his own reflections, looking at and allowing to be looked at.
Space and time cancel each other out because we see at the same
moment and in the same space one thing rather than another and we are
in two, three worlds, three parallelisms, three moods, three ways of
feeling.
In
Visioni,
this concept is illustrated and taken to extreme consequences: the
mill has left the rock upon which it was perched and looks at it with
scorn from another dimension, orbiting in the air upon a stool placed
in front of the painting from which the mill itself comes from. The
place of awareness of the still rock has vanished by now, all has
been deconstructed, we even see the abandoned grindstones (La
salita;
Dimenticanze)
and the parts of the mill that no longer exist by now if not as
fragments, and the extreme consequence of this phase can only be a
“lifting” during which the soul appropriates itself of space.
Hanging cloths then accompany or swaddle the rock that was part of
the mill, which loses the gravity of matter and becomes evanescent
towards light, in order to deal with a transformation that is not a
passing, but instead an elevation towards a higher level, to
symbolise getting closer to God or achieving a fuller awareness of
oneself. Many of the signs are represented in this elevation which
makes them icons of an interior and cerebral art capable of
expressing extremely modern feelings. The symbols of the passion join
the iconized stones and the suspended pages as poetic acts, and form
scenes featuring a refined and meditated balance where the
relationship with the ancient and with tradition also presents itself
as focus of the reflection on beauty, betrayed by so much
contemporary art. And if there is a desire to free oneself from the
clichés of the Christian Catholic tradition (the menhir stone with
primitive incisions in Segni)
in an act of overcoming which is also a reference to universal
archaic concepts, that aura of beauty that allows works to charm the
eye with grace and discretion, is always searched for and
assimilated, in order to admire the knowledge of memory and language,
and to feel the mystery of certain feeling-related phenomena.
In
the work “Ultimo
atto”,
transformation reaches sublimation, with the sign par
excellence:
the bread-body of Christ that rises up into the absolute of the
cosmos with a cloth, the base from which He has become detached, like
a Holy Shroud that welcomed and wrapped Him, made pure white with the
blood of the Lamb2.
The
moonlit background captures one’s look and focuses the attention on
the instant in which the action is carried out, in the eternity of a
moment that showcases the existence of a world that remains sealed
shut to our eyes, underscoring the contrast between physical
existence and metaphysical looking.
It
is in this synthesis that painting finds the only constitutive sense
of the matter which it delivers to us, leaving the discussion open in
order to investigate the enigma of life, distilling eternity from a
moment in the past.
Alessandra
Frosini
1. H.
M. Enzensberger, Zig zag. Saggi
sul tempo, il potere e lo stile, Turin, 1999.
2 Apocalypse
of Saint John, 7,
14.






Commenti
Posta un commento