CLAUDIA GIRAUDO. ALTRI CIELI. ELEGIE DEL TROVATORE, Museo Casa del Conte Verde, Rivoli (Torino)
Claudia
Giraudo, Altri
Cieli. Elegie del Trovatore
Un
mondo immaginato, dominato da un'atmosfera di sogno, è un mondo in
cui tutto può accadere.
È
un mondo in cui ogni particolare viene elaborato e diviene
allegoria, perché le cose non possono sottrarsi all'epistrophè,
alla sindrome del ritorno, spingendosi sempre a congiungersi coi
propri archetipi. È un mondo illuminato dalle riflessioni della
mente, in un gioco di disegni concentrici in cui si scoprono gli
orizzonti della simbologia e perciò della vita.
Claudia
Giraudo ci accompagna in questo mondo attraverso le opere presentate
nella
mostra Altri
Cieli. Elegie del Trovatore,
che appartengono
ad alcuni dei cicli più importanti della produzione dell'artista
torinese, connesse dal fil
rouge
della poesia. Che venga declinata in un omaggio simbolico alla
produzione e alla creazione del poeta, custode del Mistero, o che si
materializzi nel mondo del circo e in particolare nella figura del
funambolo, quello che lega tutta la produzione della Giraudo è
questa anima sottesa che punta a poetizzare la vita come forma di
coincidenza tra l'immaginario e l'esistenziale, tra il desiderio e
l'oggetto, seguendone ogni suo aspetto visionario.
L'essere
umano, in quanto poeta, funambolo o artista, è sempre inteso come un
tramite o punto di unione fra terra e cielo, capace di aprire ciò
che è vicino e rivelare ciò che è distante. La poesia diviene così
una lingua spirituale che condivide con la creazione artistica lo
status
freudiano di forma di sublimazione e perciò di guida nel percorso
umano della vita. E' prendere consapevolezza che l'interiore è
dovunque, tutto ciò che guardiamo e ascoltiamo ne è intriso, e i
confini labili che dividono interno ed esterno non sono altro che un
segno delle infinite risorse che ci riserva l'esistenza.
Ecco
come e perché si aggiunge oggi, in un percorso coerente che non cede
alle lusinghe dell'immagine “facile”, l'ultima produzione
dedicata ai poeti,
presentata per la prima volta in questa mostra di Rivoli, la cui
suggestione parte dal film “Il colore del melograno” di Sergej
Paradjanov. Il film, caratterizzato da un'estrema potenza evocativa e
simbolica e dedicato ad una delle figure più celebri della
letteratura armena, il trovatore
Sayat-Nova (1712-1795)
è però solo un pretesto che, attraverso un susseguirsi di immagini
di stampo quasi surrealista, diventa uno stimolo alla riflessione sul
mondo dei poeti e su ciò che rappresentano nell'universo di Claudia
Giraudo. Ci troviamo così davanti ad opere che esplorano l'essenza
della creazione lirica e ne evocano le immagini e i simboli
correlati: il pensiero si nutre di immagini e nel trittico formato da
Io
cerco un Tesoro,
L'Arte
del Trovatore e
Pour
Vous,
raccolta, introspezione ed offerta vengono individuati come gesti
fondanti del processo creativo che accomuna poeta ed artista e che,
nonostante gli strumenti differenti e le diverse tipologie di
risultato, sono significativi della similitudine stretta del processo
dell'immaginazione e creazione. Il dono dell'immagine, come quello
del verso poetico consistono nel fornirci un luogo da cui osservare
la nostra anima e vedere con precisione la verità e il volere che
appartiene alle cose. La
poesia viene scissa nel principio maschile e femminile, con
rappresentazioni che richiamano, nella composizione e negli elementi
utilizzati, le relazioni e le forme ricorrenti ed immutabili del fare
poetico. Nella coppia di opere Il
poeta e
La poetessa,
la figura maschile, frontale e in contatto diretto con lo spettatore,
emerge nel buio, da uno spazio siderale, mentre quella femminile,
racchiusa nella contemplazione e nell'acme dell'ispirazione, è in
piena luce. Lui è come se fosse una poesia di Baudelaire che si
rivela a noi, lei una poesia della Szimborwska, puntuale e tagliente:
entrambi non possono fare a meno di manifestare la loro essenza e
perciò vengono accompagnati dai loro daimon.
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| Claudia Giraudo, Il canto sussurrato, 2015 |
Quella del daimon
è una figura ricorrente nella Giraudo, asse nodale per comprendere
la chiamata “per vocazione” di ognuno di noi in questa vita. Tale
figura la ritroviamo in Platone, nel mito di Er,
alla fine della Repubblica:
“Prima della nascita, l'anima di ciascuno di noi sceglie
un'immagine o disegno che poi vivremo sulla terra, e riceve un
compagno che ci guidi quassù, un daimon,
che è unico e tipico nostro. Tuttavia, nel venire al mondo,
dimentichiamo tutto questo e crediamo di esserci venuti vuoti. È il
daimon
che ricorda il contenuto della nostra immagine, gli elementi del
disegno preciso, è lui dunque il portatore del nostro destino.”
Secondo Plotino, il maggiore dei filosofi neoplatonici, noi ci siamo
scelti il corpo, i genitori, il luogo e la situazione di vita adatti
all'anima e corrispondenti, come racconta il mito, alla sua
necessità- Come a dire che la mia situazione di vita, compresi il
mio corpo e i miei genitori che magari adesso vorrei ripudiare, è
stata scelta deliberatamente dalla mia anima, e se ora la scelta mi
sembra incomprensibile, è perché ho dimenticato”.1
Ogni essere è portatore di un'essenza unica che chiede di essere
vissuta, una sorta di destino che è anche vocazione, che l'anima
sceglie consapevolmente ed in modo ineluttabile e che il daimon
ha il compito di ricordarci: la vita è un destino spinto da un
desiderio necessario e innato.
Nella
coppia “poetica” troviamo come compagni il pavone e il
camaleonte, quest'ultimo animale assai ricorrente nel bestiario della
Giraudo, insieme alla rana e al rospo. Sono tutti animali portatori
di simbologie specifiche, rivestite di nuove e molteplici valenze. Se
il camaleonte, messaggero degli dei, rappresenta le mille
sfaccettature dell'essere e dell'animo umano, nonché la sublimazione
della materia e dello spirito, così com'è illustrata nell'opera
alchemica, la rana rappresenta per eccellenza la trasformazione,
l'evoluzione e quindi anche la rinascita in seguito ad eventi
traumatici e la forza della riconquista del proprio equilibrio,
mentre il pavone, rappresentato nel bacio col poeta (una delle poche
citazioni dirette dal film “Il colore del melograno”), in una
sorta di comunione mistica, è simbolo di resurrezione, ma anche di
orgoglio e vanità, che c'introduce ad un altro concetto basilare
nella poetica della Giraudo: la vanità vista come altro aspetto
della bellezza.
Se
la bellezza è intesa infatti come il raggiungimento di un punto di
osservazione privilegiato della realtà secondo una prospettiva di
elevata condizione vitale, che significa anche forza attiva nella
comprensione della realtà stessa (Le
foglie del giardino di Morya; La Vedova),
a contraltare troviamo la vanità, intesa come credenza nelle proprie
capacità, esplicata ad esempio nella figura della Vergine (La
Belle)
che ostenta, con atteggiamento sprezzante, la forte affermazione
della propria individualità.
Soffermandoci
ancora un poco in questa lettura, se vogliamo, trasversale, e
continuando ad osservare i vari dipinti, potremmo imbatterci nel
melograno simbolo dell'energia vitale, nella farfalla che
materializza le trasformazioni e le metamorfosi dell'uomo che si
innalza e prende il volo, utilizzata in connessione con figure
pesanti a impersonare il tema dell'equilibrio in contrasto fra
leggerezza e pesantezza. Potremmo infatti vederla legata ad un alce,
anch'esso simbolo della connessione fra mondo sacro e profano, caro
agli indiani d'America, o ad un elefante, rappresentante di calma,
contemplazione e meditazione, nonché della conoscenza.
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| Claudia Giraudo, Arlecchino in volo, 2012 |
La
riflessione della Giraudo procede oltre, utilizzando queste
simbologie per seguire quell'immaginazione
attiva
che permette di mettere a fuoco la vita da punti di vista che non
sono i nostri, pensare e
sentire partendo da prospettive diverse. In questo contesto ogni
figura ed ogni oggetto si si fa contenitore di una memoria innata di
ciò che è stato, divenendo al tempo stesso testimone e fruitore di
tale memoria.
E
così i Cieli
sotto cui ci troviamo, come abbiamo visto, non sono solo quelli del
Trovatore,
ma sono molteplici e ricchi di suggestioni e rimandi, sono Cieli
Altri,
sotto cui si muovono figure diverse, legate da fili che ne segnano le
connessioni, o in equilibrio in impossibili contrasti fra leggerezza
e pesantezza, o appartenenti ad un mondo circense inteso come
metafora dell'illusione della vita: figure dai gesti minimi permeati
da una profonda forza simbolica, “messe in scena” in un tempo
sospeso, che non sono altro che delicate elegie,
affascinanti paradigmi della condizione dell'uomo e dell'Arte.
Si
aprono davanti a noi gli scenari legati al mondo
circense,
accanto al bestiario
surreale
e alle nature
morte,
seppur vive nel loro essere abitate, come abbiamo visto, da presenze
vitali (Cruditè;
Fantarcheologia II).
Tutti i soggetti sono come figure di una mitologia alternativa
bloccate in gesti minimi, e perciò enfatizzate ed iconizzate: sono
sospesi in campiture che sembrano astrazioni, in cui non esiste
contesto, ma solo un racconto simbolico che passa attraverso i
personaggi stessi. I circensi sono ritratti infatti nel momento del
riposo, fuori dalla scena, per sottolineare ancor più la metafora
della condizione dell'essere umano: sono come catturati nel momento
della verità, fuori dalla finzione scenica e perciò messi a nudo
nel loro essere umani. Proprio perché fuori dalla scena, ma ancora
legati a quella città ambulante che è il circo e al loro ruolo di
eroi che sfidano la morte e il limite, li fa assurgere a simboli
della connessione fra prosaico e sublime, nella similitudine del
percorso umano.
Sono
acrobati, ballerine, funamboli corredati dai loro costumi e attrezzi
di scena, nascosti dietro i colori del loro trucco e del loro
abbigliamento stravagante, nell'eco dei suoni intuiti di uno
spettacolo finito o da iniziare, nella magia della loro breve
apparizione e della loro esistenza da girovaghi. L'effimero e la
materialità sono inevitabilmente elementi costanti in continua
contrapposizione e nella mediazione fra di essi, sospeso in questa
armonia fatta di contrasti, il funambolo trova il suo ruolo accanto
al poeta, all'artista e al daimon,
che presente in ogni ciclo come compagno delle figure e guida che
possiede affinità col mito che abita dentro di noi, diviene
anch'esso metafora della condizione umana, nella sua ricerca di un
costante punto di equilibrio.
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| Claudia Giraudo, La Belle, 2013 |
E
le immagini che osserviamo sono narrazioni, ma in un senso molto
rarefatto del termine. Le immagini hanno perso infatti la loro
funzione rappresentativa per trasformarsi da strumento di conoscenza
in strumento di coscienza, avvicinandoci alla nostra storia e
memoria.
Questi
lavori sono quanto di più vicino al pensiero di Jean Baudrillard che
prefigurava la morte dell'aura dell'opera e al concetto di
meta-narrazione di Jean-Francois Lyotard. Sono una sorta di variante
manieristica del principio di montaggio, una declinazione del
postmodernismo dove ci si confronta con l'intero bagaglio della
tradizione artistica senza alcuna distinzione diacronica o
gerarchica. Sono opere che si collocano tra il citazionismo,
l'anacronismo e il simbolismo, in un superamento particolarissimo ed
unico,
che vive nella memoria costante della propria identità.
Nella
pittura della Giraudo si racchiude infatti tutta la tradizione
pittorica da Vermeer a Magritte, attraverso una rilettura sincronica
in cui convivono
elementi appartenenti a tempi molto lontani tra di loro, elementi che
non sono assimilati secondo una selezione di tipo gerarchico, ma anzi
presenti simultaneamente,
affiancando citazioni
di pittura colta ad aspetti della pittura popolare come il bestiario
immaginario, i tarocchi, gli ex voto, e così via. La sua è
un'elaborazione
molto complessa, di non immediata interpretazione, che ne fa
concettualmente una figura di vera manierista che è anche insieme
postmodernista. A tutto ciò si aggiunge
una straordinaria qualità tecnica e una forte ricchezza di
contenuti, che si sovrappongono per poi scavare
dentro
di noi, come componimenti poetici densi di profonde e composite
stratificazioni, che ci nutrono ogni giorno attraverso
un'assimilazione crescente.
Viene
così alla mente una citazione da André Breton “un cattivo
scrittore è come una macchia d'acqua sulla carta, si allarga
rapidamente ma ben presto evapora. Un buon scrittore è come una
goccia d'olio: quando cade fa
una macchia piccola, ma con il passare del tempo si allarga su tutto
il foglio fino a riempirlo”.2
Forse sta proprio qui quel discrimen
che rende la
“vera” poesia (la vera creazione artistica) quel miracolo che può
cambiare la visione del mondo.
Alessandra
Frosini
1
J. Hillman, Il
Codice dell'anima, Milano, 1997,
pp. 22-23.
2
A. Jodorowskiy, La Danza della realtà,
Milano, 2001, p.153
(testo per il catalogo)
Catalogo della mostra pdf
Claudia
Giraudo, Other
Skies. Elegies of the Troubadour
An
imagined world, dominated by a dreamlike atmosphere, is a world where
anything can happen. It is a world where each detail is processed and
becomes allegory, since things cannot escape epistrophè,
the return syndrome, always striving to join their respective
archetypes. It is a world illuminated by the reflections of the mind,
in a game of concentric drawings in which the horizons of symbology,
and consequently of life, are discovered.
Claudia
Giraudo walks us through this world with the works on display at the
exhibition entitled Altri
Cieli. Elegie del Trovatore,
which belong to some of the most important cycles of the production
of this artist from Turin, linked together by the fil
rouge
of poetry. Whether it is intended as a symbolic tribute to the
production and creation of the poet, custodian of the Mystery, or
materialises in the world of the circus and, in particular, in the
figure of the tightrope walker, that which ties together all of
Giraudo’s works is this underlying soul that aims to poetise life
as a form of coincidence between the imaginary world and the
existential one, between desire and the object of that desire,
following all of its visionary aspects.
Man,
whether poet, tightrope walker or artist, is always intended as an
intermediary or connection between earth and sky, capable of opening
that which is near and to reveal that which is far away. Poetry thus
becomes a spiritual language that shares with artistic creation the
Freudian status of a form of sublimation and consequently of guidance
during man’s journey through life.
That
is how and why today, in a consistent itinerary that does not give in
to the flattery of the “easy” image, the latest work dedicated to
poets
is being added. Presented for the first time at this exhibition in
Rivoli, the work is inspired by a film entitled “The Colour of
Pomegranates”, by Sergej Paradjanov. This film, characterised by an
extreme evocative and symbolic power, and dedicated to one of the
most well-known figures of Armenian literature, the troubadour
Sayat-Nova
(1712-1795) is however just a pretext that becomes a stimulus to
reflect on the world of poets and on what they represent in the
universe of Claudia Giraudo. Hence, we find ourselves looking at
works that explore the essence of lyrical creation and call to mind
the related images and symbols (Io
cerco un Tesoro
[I’m Looking for a Treasure],
L'Arte del Trovatore
[The
Art of the Troubadour] and Pour
Vous [For You]),
and other works where poetry is broken
down and analysed in its male and female principles (Il
custode del Mistero [The
guardian of the Mistery] and
Il canto sussurrato [The
song whispered]),
figures that express their essence even through their daimon.
The figure of the daimon
is a recurring one in Giraudo’s works, the “key” to
understanding the “vocational” calling of each one of us in this
life. We find this figure in Plato,
in the Myth of Er,
at the end of the Republic
and again in Plotinus: each human being is the bearer of a unique
essence that asks to be experienced, a sort of fate that is also a
calling, which the soul consciously and unavoidably chooses, of which
the daimon
is responsible for reminding us.
Giraudo’s
reflection goes beyond, using these symbols in order to follow that
active imagination that allows one to focalise life from points of
view which are not ours, to think and feel starting from different
perspectives.
And so the Skies
above us are not only those of the Troubadour,
but instead are many and full of allusions and references; they are
Other
Skies,
under which different figures move, tied together by threads that
mark their connections, or on balance despite impossible contrasts
between lightweight and heavyweight, or again belonging to a
circus-like world meant as a metaphor for life’s illusion: figures
with basic gestures permeated by a deep symbolic strength, “set on
a stage” in a suspended time, which are nothing but delicate
elegies,
fascinating paradigms of the condition of man and of Art. So,
scenarios open up right in front of us linked to the circus
world,
next to surreal
animals
and still
life,
inanimate yet alive due to their being inhabited by vital presences
(Cruditè;
Fantarcheologia II).
All subjects are like figures of an alternative mythology limited to
a few gestures, consequently emphasised and made into icons, hanging
against backgrounds that look like abstractions, with no context
whatsoever. The circus people are portrayed during their break,
outside the setting, so as to underscore even more the metaphor of
man’s condition. There are acrobats, dancers and tightrope walkers,
all in their stage costumes and props, hidden behind their colourful
make-up and extravagant outfits, in the echo of the perceived sounds
of a show that has just ended or is about to start, in the magic of
their brief performance and of their nomadic lives. The ephemeral and
the tangible elements are inevitable constants which continuously
oppose one another, and in the mediation between these two
conditions, suspended in this harmony made of contrasts, the
tightrope walker finds his role next to the poet, the artist and the
daimon
which, present in all cycles as the figures’ companion and as a
guide that possesses similarities with the myth that lives within us,
also becomes a metaphor of the human condition, in its search for a
constant point of balance. When
we look closer at the works of Claudia Giraudo, we notice that,
contrary to their appearance, they are actually very modern: far
removed from any apparent hyperrealistic intention, they show a
surprising rethinking of painting, a reconfirmation of the nature of
painting that surprises us since, rather than leading to a vision of
the world or of the being, it seems to unveil a knowledge of the
images that goes deep down and through them. The images that we
observe are narrations, albeit in a very rarefied sense of the term.
These works represent the closest thing to the thought of Jean
Baudrillard, who prefigured the death of the work’s aura, and to
the concept of meta-narration of Jean-Francois Lyotard. They are a
sort of Mannerist variant of the principle of montage, a version of
post-modernism where we are confronted with the entire baggage of the
artistic tradition, from Vermeer to Magritte, with no diachronic or
hierarchical distinction whatsoever. These are works that position
themselves between appropriation, anachronism and symbolism, in an
extremely particular and unique overcoming, which lives in the
constant memory of one’s identity. It is a very complex processing,
one that cannot be immediately interpreted, which conceptually turns
Giraudo into a real Mannerist who is also a post-modernist. All of
the above is joined by an exceptional technical quality and a strong
richness in contents, which overlap each other to then dig down
inside of us, as poems full of deep and composite layers, which
nourish us every day through growing assimilation.
So,
a quote from André Breton comes to mind: “un
cattivo scrittore è come una macchia d'acqua sulla carta, si allarga
rapidamente ma ben presto evapora. Un buon scrittore è come una
goccia d'olio: quando cade fa una macchia piccola, ma con il passare
del tempo si allarga su tutto il foglio fino a riempirlo”1
[A
bad writer is like a water stain on a piece of paper: it quickly
expands but soon evaporates. A
good writer
is like a drop of oil: when it falls it makes a small spot, but over
time it spreads out over the entire page until it fills it]. Perhaps
it is precisely that discrimen
that makes “real”
poetry (the true artistic creation) that miracle capable of changing
one’s view of the world.
Alessandra
Frosini
1 A.
Jodorowsky, La Danza
della realtà,
Milano, 2001, page 153






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