QUEL CHE RESTA - IGNAZIO FRESU OSPITE AD AAF MILANO 2015
Nella
nostra memoria non ci sono mai opere complete, ma solo i frammenti
dei ricordi di ciò che abbiamo visto e vissuto. Quello che si perde
è soltanto qualcosa che non si vede più, come in un gomitolo in cui
il filo di lana che si arrotola su se stesso e si aggiunge a quello
preesistenete non sparisce, ma resta racchiuso sotto il nuovo filo,
andando a formare il gomitolo stesso nella sua interezza.
Quel
che resta è ciò che affiora, sono i frammenti di un'archeologia
dell'Essere che ci parla di quello che siamo e siamo diventati e come
tutto ciò che ci circonda e che viviamo appartiene ad un ciclo
innarrestabile di trasformazione.
Ci
sono libri aperti e libri chiusi, in cataste create seguendo un
equilibrio precario e stabile al tempo stesso, libri che non si
possono più leggere, dimenticati apparentemente nel continuo
stratificarsi della memoria, ma che perseguono la loro immortalità
attraverso un linguaggio non scritto, entrato a far parte di noi e
del nostro essere. Sono libri coperti dalla polvere del tempo e del
ricordo, che sono colti nel loro eterno usurarsi che non è un
completo perdersi perché, come afferma Anassagora (concetto poi
ripreso nel postulato di Lavoisier su cui si fonda la legge della
conservazione della massa), nulla davvero finisce ma tutto cambia:
“nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma”. E il
concetto della trasformazione incessante delle cose che pervade anche
l'io come unità in divenire, non permette che la memoria diventi
ferita e realtà dolente, né che ci si abbandoni alla nostalgia di
una bellezza ed una pienezza irrecuperabili.
In
Quel che resta Ignazio Fresu propone invece un'estetica basata su una
bellezza imperfetta e deteriorata, ma che proprio per queste sue
caratteristiche è portatrice di significati più profondi e
meditati.
Sembra
quasi che la patina del tempo, caduta improvvisamente sugli oggetti
scelti dall'artista, cristallizzi la realtà per consegnarla
realmente al nostro sguardo, utilizzando anche la curiosità
suscitata dalle composizioni in equilibrio instabile o dal contrasto
fra realtà e apparenza esplicitato nella scelta dei materiali usati
per “fingere” la materia.
Quello
che rimane è dunque una riflessione sul tempo come medium decisivo
per definire il nostro essere materiale ma anche il nostro essere
interiore, è “la sostanza di cui sono fatto”, come diceva Jorge
Luis Borges, è il vero paradigma della vita, che entra così a far
parte dell'opera attraverso il congelarsi di un attimo che racchiude
presente, passato e futuro e che dona eternità e poesia, facendoci
riflettere su aspetti inesplorati della nostra
interiorità.
Alessandra
Frosini



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