Il “maggiordomo di Bacon”: l'arte di essere Riccardo Mannelli
La tua notorietà è legata soprattutto alla produzione di
vignette satiriche per Linus, La Repubblica, Il Manifesto, il Male,
Cuore, l'Echo des Savannes e attualmente per il
Fatto Quotidiano. Quanto l'”aggressione visiva” della satira ha
influito nello sviluppo della tua produzione artistica?
L'approccio satirico all'arte è una condizione assolutamente
congenita, nel senso che non è una impostazione razionale ma è una
cosa abbastanza naturale, quindi è chiaro che anche nella produzione
artistica una vena di approccio satirico o comunque critico nei
confronti del contemporaneo ci sia sempre. Non c'è divisione fra le
due produzioni se non dal punto di vista formale.
I contenuti sono praticamente gli stessi, solo che lo spazio che mi
dà la dimensione artistica non me la dà la dimensione mediatica. La
libertà espressiva che mi posso prendere a tutti i livelli nella
produzione artistica è più costretta negli spazi culturalmente più
angusti della produzione mediatica per ovvi motivi. Prima di tutto
perché non sono io il controllore finale. C'è una linea editoriale.
Poi ho sempre privilegiato l'approccio artistico alla satira, quindi
il disegno, la complessità,
il racconto per immagini. Mi sono sempre reso conto che la necessità
dell'accompagnamento con la parola è assoluta nel campo della
comunicazione in campo mediatico, quindi questa è la differenza più
forte.
Per il resto considero la mia produzione in campo artistico la mia
produzione principale, nel senso che anche la satira scaturisce da
quell'esigenza e non viceversa. Anche perché io ho cominciando
dipingendo, disegnando e il discorso satirico/giornalistico è
avvenuto quasi incidentalmente,
all'inizio della mia carriera, a 18 anni, per lavorare subito e
vedere un risultato immediato.
Cosa accomuna arte e politica?
La politica è un'arte, è una forma artistica, secondo l'accezione
storica e utopica. Del resto i primi che hanno scritto di politica
–penso al pensiero politico di Platone ma anche di altri- non
avevano questo confine che percepiamo oggi.
(La politica) E' nata come un'espressione umana, ma sempre dal punto
di vista creativo. La
Repubblica
di Platone è come un romanzo, come
La città del Sole di
Tommaso Campanella o molti degli scritti anarchici e utopici che
mi ha sempre influenzato:
erano racconti immaginifici. Insomma, la politica è senza dubbio il
risultato della creatività umana. Poi dopo si è chiaramente
strutturata in forme burocratiche e amministrative, ma quello,
diciamo, è la politica fattiva, la cosa che m'interessa meno. Io
sono molto legato ad un sentimento politico della vita. E' un
approccio non teorico, ma assolutamente pratico e pragmatico,
è un approccio etico e morale. Se vuoi, il satirico è un moralista.
A me per anni per offendermi mi hanno dato del moralista ma è come
dare dell'imbianchino ad un imbianchino..sai che offese!...Vorrei
sottolineare che la rarità
che mi ha fatto vedere i sorci verdi in tutto il mio percorso è
stato questo approccio vissuto in maniera intransigente. Vieni
considerato prepotente e presuntuoso. Mentre una forma di onestà
intellettuale è fondamentale, onestà umana prima che intellettuale,
che non dev'essere una sovrastruttura – come avrebbe detto Marx-
razionale, ma dovrebbe essere una cosa istintiva.
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| R. Mannelli, Hasta Manana Mio Amor – 5 cm. 100x70, tecnica mista su carta, 2012. Courtesy l'artista |
Hai affermato: “Vorrei contribuire ad un manifesto per il
classicismo dei nostri tempi,
tutto il contrario di quanto avviene nel mondo dell'arte, nel quale
la maggioranza si gingilla con il deja-vu,
speculando sull'ignoranza del pubblico. Credo, al contrario, che
qualsiasi tipo di immagine debba provocare, scalzare le convinzioni.”
Quant'è importante la sperimentazione e la ricerca oggi in arte?
Io non ho mai creduto né alla ricerca né alla sperimentazione,
perché sono due concetti che sono ridondanti con la parola arte. Se
l'arte non è ricerca e non è sperimentazione, allora che cos'è? Si
ricerca e si sperimenta esistenzialmente. L'artista è sempre
sedicente, è come i brigatisti rossi...L'artista o è sedicente o
non è. Chi glielo può dire? Chi lo può etichettare?
Gli diamo il diploma, la patente come la patente dello jettatore
nella novella di Pirandello? Quando io parlo di classicismo parlo
appunto di questo classicismo, cioè del fatto che la ricerca e la
sperimentazione devono
essere insite, già previste in una proposta artistica. Se non è
così non siamo di fronte ad una proposta artistica, semplicemente.
E' inutile mettere etichette. Se io faccio un teschio di diamanti
posso mettere tutte le etichette che vuoi, ma non ci vedo nessuna
proposta, nessuna sperimentazione. Ci vedo uno specchio epocale, che
è quello di una trovata promozionale, una buona trovata che dovrebbe
far parte del mondo della comunicazione e lì è efficacissima.
L'arte èun'altra cosa, ha un valore intrinseco che è fine a se
stesso. Se non è fine a se stesso, allora faccio media. Io lo so
qual 'è la differenza del mio atteggiamento: quando lavoro per i
media, per la comunicazione e quando lavoro invece e mi concedo
l'espressione artistica: è diverso. Perché non convincono certe
cose e perché, a certi
livelli, sono diventate solo delle enormi speculazioni finanziarie?
Per questi motivi. Poi sai, l'arte oggi è una cosa che deve avere un
pubblico. Fare le colonnine
d'avanguardia che poi emanciperanno il popolino...ma si scherza? Io
ho sempre avuto una grandissima soddisfazione personale, che è stata
quella che le persone vedono i miei quadri e li capiscono, li
godono, li sentono; poi possono piacere o meno. Ho quindi una
produzione artistica che parla ed è comprensibile: allora io sto
parlando al mio tempo. Le altre sono veramente sciocchezzine. Poi
ognuno si arrangia come meglio crede, io non ce l'ho con niente e con
nessuno. Voglio che ci sia tutto al mondo, soprattutto quello che non
mi piace, altrimenti diventa una noia mortale. Ci dev'essere qualcun
altro che ti provoca, se no non hai più gli stimoli. Ci vuole
robaccia che allora ti dà ossigeno, per controbattere.
La maestria tecnica e la cura che caratterizza il tuo lavoro è in
contrasto con l'assenza di manualità della logica contemporanea
dell'arte.
Cosa ne pensi?
La tendenza che c'è è una necessità di velocizzare la produzione,
che non è dell'artista. L'artista ha sempre fatto a cazzotti con la
tempistica del contemporaneo. Dalle committenze papaline, a tutti i
mecenati a tutti i galleristi e mercanti che ossessionavano la gente
per la produzione di opere per la vendita. E' un utilitarismo che
ovvia alla questione della produzione, o la serialità, alla Jeff
Koons e tanti altri. Le così dette botteghe, che poi sono sempre
esistite. C'è una forma di riproducibilità nei secoli, in tutti i
modi. Quelle cose ci devono stare, però dal punto di vista della
credibilità, della sostanza vera, quella che si deposita nell'anima,
nello stomaco delle persone, quella sostanza è fatta di un'altra
pasta.
In
più poi io non ho nessuna maestria tecnica, non so nemmeno cosa
significa. Tutti mi chiedono della tecnica. La tecnica è una
semplice stupidaggine, è un'invenzione di un certo accademismo
bigotto '700-'800. La tecnica non esiste, io la tecnica non ce l'ho.
Quando mi metto davanti al foglio e mi metto a disegnare non so come
farò a fare un particolare. Il mio sforzo è sempre stato quello di
lasciarmi andare, mentre quando voglio certi risultati, sono sempre
sconfitto. Se vuoi poi questa “maestria” è il fatto di aver
approfondito con gli anni e con il tempo e per curiosità i
materiali, la chimica delle cose, come sono fatte le cose. Ti viene
una maestria di uso, di mestiere. Da che mondo è mondo l'uomo si è
emancipato in questo modo, si è modernizzato in questo modo. Semmai
è quello il discorso: imparare. Però bisogna farlo tutti i giorni.
Devi lasciarti andare a quello che io ho sempre chiamato “il
respiro animale”. Il disegno è il tuo respiro animale. Il disegno
ce l'hai dentro, non è che lo apprendi nella vita. Siamo gli unici
animali che nascono “disegnati”, poi uno insiste e diventa quella
che tu chiami maestria.
Poi
c'è il mio interesse per la diversità, che non è ossessività
formale, ma interesse per quel particolare che fa la differenza. In
questo senso anche tutti quei discorsi sull'iperrealismo dei miei
ritratti sono ridicoli, sono tutti inventati. Io faccio quello che ha
fatto Bacon in un'altra maniera. Una delle mie autodefinizioni per
anni è stata che ero “il cameriere di Bacon” , artisticamente
sono il “maggiordomo di Bacon”: passo le mie giornate a rimettere
tutto a posto, ma con lo stesso criterio suo, reinventando. Anche le
mie anatomie sono così, un equilibrio precario, come l'umano. Ecco
perché possono sembrare così umane, perché non stanno in piedi, è
tutto reinventato.
Quali artisti hanno influito di più nella tua visione artistica?
Tutti gli artisti, nessuno escluso. Anche oggi. Poi io sono curioso:
vedo delle soluzioni che ha trovato qualcuno e subito lo ricopio. Io
sono un autodidatta di quelli cronici, non posso fare a meno di
osservare e rubare senza ritegno. Ci sono anche dei ragazzi, ci sbavo
dietro...poi passo per uno che coltiva giovani artisti...Io li uso! A
certi livelli la freschezza che hai a vent'anni poi non ce l'hai più.
Acquisti altre cose, ma quella la perdi con la libido, con
l'abbassamento della libido che ti fa perdere un sacco di energia:
tutto è legato a quello.
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| Riccardo Mannelli, La Virtù. Presentazione Del Prototipo cm. 70x100, disegno su carta, 2008. Courtesy l'artista |
La tua opera filtra un profondo simbolismo, legato, a mio avviso,
anche ad influenze e suggestioni di tipo letterario. Di quanta e
quale letteratura si nutre la tua opera?
La letteratura mi ha preso molto, anche se non sono stato mai un
grande lettore. Però rispetto alla media italiana posso essere
considerato quasi un topo di biblioteca. Non sono un erudito, certo.
La letteratura, più che la poesia. Però anche molta poesia,
soprattutto la poesia moderna. E poi il melodramma: io sono un
melomane, di famiglia, per geni ereditati. Sono uno che ha sempre
vissuto la cultura da questo approccio pop; il melodramma era il pop
del Sette-Ottocento, per il grande pubblico: era dileggiato, perfino.
Ecco, quindi, da questo punto di vista, la letteratura...anzi, direi
meglio “il racconto”. Il racconto
è indubbiamente una cosa che penso si percepisca nella mia opera.
Senza il racconto non esisterebbe la mia produzione artistica e il
mio percorso artistico. Il racconto per me è fondamentale,
fatto sta che io non concepisco un quadro senza un titolo, perché il
titolo è l'ultima pennellata. Il titolo deve esserci per forza,
secondo la mia concezione artistica perché è il modo per entrare a
“mangiarsi” l'opera d'arte e bisogna avere una suggestione
suggerita dall'artista, che si deve prendere la responsabilità di
questo.
Non
mi ha mai interessato l'arte formale, le cosidette ricerche formali
non mi emozionano. Per carità, ribadisco quello che ho detto prima:
che ci siano. La parte ludica dell'arte invece mi'interessa molto.
Parlavamo di suggestioni letterarie, del racconto che nutre la tua
opera: credo che autori come Conrad, Celine, Rilke, siano molto
vicini a quello che fai.
Sicuramente sono suggestioni fondamentali queste per me, per come mi
sono aggirato nel racconto umano. Ci sono per forza dei punti di
contatto, forse addirittura più precisi di quelli che esistono con
l'arte. Con l'arte ho una familiarità e minore soggezione e mi sono
permesso, per necessità d'imparare, da parvenu
qual'ero, più libertà, senza ritegno. Mentre mi ricordo
perfettamente quello che mi è successo quando ho letto I
Demoni o cosa ho sentito
dentro quando ho letto Viaggio
al termine della notte, non mi
ricordo mai quando ho capito il passaggio di pennello di Bacon sulla
tela, oppure quando ho visto i primi Caravaggio della mia vita. Il
racconto, la letteratura, mi ha inciso in maniera indelebile: sai
quando percepisci che quella giornata lì ti ha cambiato una
sfumatura importantissima? E' assoluto. Gli autori che hai citato
senza dubbio, ma anche, ad esempio, la folgorazione di Lee Masters
oppure la grandissima narrazione del contemporaneo di uno sempre
sottovalutato come Leopardi. Perché se i telegiornali tutti i giorni
passassero una pagina dell'Antologia
di Spoon River o dello
Zibaldone o
di qualsiasi altro scritto sarebbe un'informazione puntualissima e
nessuno potrebbe notare l'anacronismo. Poi ci sono tantissimi altri,
per esempio quell'intimismo che si potrebbe definire, usando un
ossimoro “pubblico”, che ha usato nei Diari
o nell'Autobiografia del Blu di
Prussia Flaiano, soprattutto
nelle parti meno conosciute, quelle in cui è arrivato anche ad
essere straziante con se stesso.
Poi
c'è stato il blues: il blues è stata la forma che mi ha dato il
ritmo finale. Perché il disegno, la pittura, se non ha un ritmo, non
esiste. Figuriamoci poi il discorso mediatico, satirico: la battuta
fa ridere se ha il ritmo giusto, altrimenti non arriva. E' una
questione di battito. Il mio ritmo anche di produzione è blues. E il
bello è che è la gioia di vivere assoluta, mentre la vulgata
popolare lo accomuna allo spleen,
alla tristezza...Invece la malinconia è la cosa più bella del
mondo, lo sappiamo tutti. La malinconia è godersi la vita.
L'ultima mostra personale che ti ha visto impegnato nei primi mesi di
quest'anno è stata Notes
for the Reconstruction of Beauty
alla Building Bridges Art Exchange di Los Angeles. La
Ricostruzione della Bellezza
è un ciclo che porti
avanti da anni e come nella Commedia
in Z.E.R.O
o in Stanze
di guerra,
credo che in essi
emerga quanto il centro del tuo discorso sia far raccontare ai corpi
quella verità che appare dissimulata e celata nella vita. Quanto c'è
di vero nella Bellezza?
E' l'unico vero che possiamo verificare, non ce n'è un altro. Se io
vedo una cosa, è bella semplicemente perché io la vedo. Cioè la
bellezza non è il contrario della bruttezza. La bruttezza non
esiste: una cosa può non piacere, ma è comunque bella perché
esiste, partendo dal presupposto ottimistico, com'è la mia visione
delle cose,
che comunque l'esistenza è bella. A proposito di Leopardi, lo
sosteneva pure lui che è passato per gli imbecilli sempre come un
grande malinconico, triste e incazzato. Lui sosteneva
proprio questo, basta leggere, capire e vedere come si è occupato
dei propri simili, con tutta la passione e l'empatia. Io l'ho
sperimentato in prima persona: quando arrivi dentro alle cose c'è
una bella differenza. E' il discorso del ritratto. Io faccio
ritratti, ogni mia figura è un ritratto, una persona. Una persona
con cui devi entrare in sintonia, quindi devi fare uno sforzo, che
non è uno sforzo perché viene istintivo, però molto spesso hai
davanti rifiuti e barriere che devi trovare la maniera per
trasformare in una forma di empatia, di rapporto possibile. Il
discorso fondamentale è questo.
Con quale etichetta cataloghi la tua opera?
Io non mi sono mai stracciato le vesti per come ti definiscono, se no
uno non farebbe delle cose. Le fai perché gli altri ti danno un
giudizio, non puoi controllare come fanno molti. Certo che poi, se ti
senti dare, come hanno fatto spesso, l'etichetta di “arte erotica”,
rido per la stupidaggine. Io immagino immediatamente, con la mia
mente che lavora per immagini, mi appare immediatamente uno che si fa
una pippa davanti ad uno dei miei quadri...e lo sfido, lo sfido io!
Voglio vedere che capacità di erezione ha davanti ad un mio quadro.
O anche viceversa, dal punto di vista femminile. L'erotismo poi,
secondo me, non esiste. E' un altro concetto di cui non trovo la
consistenza fisica. Che cos'è l'erotismo? Tu me lo sapresti
definire? Io non lo so, c'ho pensato tantissimo. Non so cos'è. Se mi
parli di sesso o libido, sono concetti che hanno un corrispettivo
fisico. Se c'è qualcosa di fisico, allora anche la parola utopia può
diventare fisicissima...ma erotismo dimmi te che vuol dire.
Ritornando
al discorso dell'etichetta, a me delle etichette non m'importa nulla,
ma molto spesso mi sono divertito con questo concetto di
“neosimbolista”. Perché secondo me sarebbe il caso prima di
tutto di rivalutare un concetto di un paio di secoli fa, che non era
affatto una corrente ma è stato soprattutto uno dei primissimi
vagiti della modernità dell'arte: al posto del sacro arriva il
simbolo contemporaneo. Quello che è stato definito simbolismo è
l'inizio dell'arte contemporanea, dell'arte moderna, che si affranca
dalla grande suggestione e soggezione del racconto mistico sacro. La
grande metafora del sacro si trasforma nelle metafore del
contemporaneo, attraverso il simbolo. Questo l'ho sempre trovato
interessante e molto attuale. Del resto Warhol che ha fatto? Per
dirtene uno solo. Bacon o Freud che hanno fatto? Allora il termine
neosimbolista potrebbe essere una volontà di far ripensare,
rivitalizzare questo concetto fondamentale dell'arte moderna.
Poi
si concretizza in quello che faccio. Io per esempio sto lavorando in
questo momento a questi quadri che hai visto, le coppie (Hasta
mañana,
ndR), e mi accorgo che vado a fare il cuscino che poi fa parte della
coppia, con un certo disegno. Ecco, lì mi rendo conto di cos'è il
simbolo. Quel tessuto, quella stoffa diventa simbolica per loro due
in quel momento lì, nel mio quadro. Te ne rendi conto di queste cose
e ci arrivi solo se ti lasci andare, dopo lo capisci e allora
l'equivoco di aver interpretato la parola simbolo o simbolismo in un
certo modo, in un'accezione negativa, decade. La differenza con la
rappresentazione del sacro è tutta lì: io faccio diventare simbolo
qualunque cosa, anche un disegno su una coperta. Questa è la libertà
vissuta. Non c'ho bisogno di Gesù o della Madonna per fare le mie
metafore. L'uomo ha bisogno del mito, di mitizzare, di avere dei
parametri, come si diceva all'inizio. Perché l'uomo non riesce ad
educarsi, questa è la grande tragedia umana: non riusciamo a darci
un'educazione all'altezza della nostra forza e della nostra
fragilità. Allora siamo tutti autodidatti e visto che lo siamo,
l'uomo ha ancora bisogno del mito, del parametro. La capacità del
simbolo è di creare punti di riferimento ex
novo.
Io lo dico con un altro alfabeto che è un alfabeto assolutamente
intimo e personale. E questa è emancipazione concreta. Ecco perché
mi diverte il termine “neosimbolismo”.
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| R. Mannelli, Blues Della Controra, cm. 70x100, tecnica mista su carta, 2010. Courtesy l'artista |
Toglimi una curiosità. Cosa pensi del sistema dell'arte e in
particolare di noi critici?
Il sistema dell'arte non è un sistema, ma è un caos, lo è sempre
stato, perché vige la legge primordiale del più forte che si mangia
il più debole. Tutto questo meccanismo che tu chiami “sistema
dell'arte” è come una coperta sulle fiamme, non ti dà più
ossigeno. Gli artisti o muoiono di fame o si assoggettano, ma ormai è
diventato impossibile anche fare quello, perché i posti sono quattro
a generazione con i costi creati da questo meccanismo speculativo.
Gli altri che fanno? Vivono in un nulla, perché tutte le
infrastrutture che sono state costruite nei secoli sono andate a
farsi benedire: il lavoro di bottega, se vuoi più umile e meno
prestigioso, di tipo più artigianale assicurava però una dimensione
di vita dignitosissima. Grandi personaggi sono stati così. Adesso
non avrebbero più possibilità di esistere. Allora vogliamo parlare
di sistema? Questo non è un sistema, è una giungla, è un
meccanismo dove 4-5 padroni del mondo decidono. Tanti anni fa
parlando delle prospettive artistiche mi dicevo “Bene che ti vada,
fra 200 anni sarò in un caveau
di qualche miliardario rotto in culo trafficante di armi”, visto
che gli unici soldi veri li fai con le armi. Insomma, se mi va
benissimo fra 200 anni sono chiuso in un caveau
di questo tipo, altrimenti, se mi va meno bene, “ciao”. Per dirti
che poi alla fine il valore di un'esistenza si riduce a questo. Credo
poi che le cose vadano fatte da vivi, fino a che è possibile parlare
e fare le cose perché siano accessibili. Solo così si deposita una
memoria. Io sono per la fisicità delle cose, forse l'hai capito.
Parlando
dei critici, penso che tutta la parte di letteratura, di racconto sia
assolutamente necessaria. A me sta molto a cuore che le cose
arrivino. A me interessa moltissimo, per esempio, e do un valore
molto alto alla figura dello storico e poi anche al critico o al
curatore che comunque in una società così strutturata svolge un
ruolo essenziale. Allora come criterio non sono fra quelli che dicono
che i critici sono degli imbecilli, perché non è vero e perché non
m'interessa questa lettura. Non metto in discussione il ruolo o la
figura, perché l'ho sempre trovato demenziale, stupido e bigotto.
L'artista se è onesto e sincero fa le cose non per se stesso ma per
gli altri e agli altri in una maniera o nell'altra ci deve arrivar.
Non tutti hanno la capacità di racconto o di analisi, anzi, ci sono
stati tantissimi artisti che erano semi analfabeti dal punto di vista
comunicativo. Poi devo dire che a me arricchisce molto il pensiero
degli altri: al di là delle scemenze che a volte vengono dette, poi
vengono dette anche molte cose che funzionano, che ti dimensionano o
ri-dimensionano e allora quella è manna dal cielo. Poi c'è il
giornalismo e lì si entra in un'altra dimensione, spesso irreale,
anche perché ormai la professione del giornalista è sinonimo di
cialtrone, poveraccio, ignorante, peracottaro. Se ci pensi è
terribile: una dignitosissima professione umana che è stata buttata
nella spazzatura in modo indecente. Siamo condizionati dal
giornalismo per certa critica e allora lì posso essere d'accordo con
chi s'indigna o finge di essere indignato. E' diverso quando invece
si tratta di personaggi che hanno questa funzione, che è una
funzione necessaria. L'intermediario culturale è necessario e per
fortuna l'abbiamo inventato e anche questo è un frutto della
modernità. Prima c'era il mecenate, il padrone, il principe e il
diretto interessato e tutti gli altri erano fuori. Da quando sono
entrati tutti gli altri è chiaro che non è più possibile un
rapporto diretto, ci vuole che qualcuno medi perché le cose arrivino
a tutti. E quello che media non può essere quello che mette i soldi
perché altrimenti si arriva ad un disastro caotico, quello del
sistema artistico attuale. Siamo ritornati al principe, neanche AI
principi, che sarebbe stato un germe di democrazia. Arriveremo al
punto che ci sarà un padrone del mondo, soprattutto dal punto di
vista culturale. Non ci vuole tanta fantascienza orwelliana. Ma ne
verremo fuori perché tutta questa è consapevolezza. Tutta la storia
umana è una strada verso l'emancipazione e la consapevolezza, di
questo ne sono certo. Io la penso così.
Alessandra
Frosini






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