Il “maggiordomo di Bacon”: l'arte di essere Riccardo Mannelli


Aria apparentemente distratta, sigaretta sempre in bocca, sorriso ironico, piglio caustico...dileggiato, osannato, odiato e amato, Riccardo Mannelli (Pistoia, 1955) è uno dei maggiori autori satirici e dei migliori disegnatori italiani contemporanei. In questa intervista ci parla del suo essere artista e del suo pensiero sul mondo artistico, a pochi giorni dalla polemica che l'ha visto protagonista per una vignetta sul ministro Boschi pubblicata su Il Fatto Quotidiano.

La tua notorietà è legata soprattutto alla produzione di vignette satiriche per Linus, La Repubblica, Il Manifesto, il Male, Cuore, l'Echo des Savannes e attualmente per il Fatto Quotidiano. Quanto l'”aggressione visiva” della satira ha influito nello sviluppo della tua produzione artistica?

L'approccio satirico all'arte è una condizione assolutamente congenita, nel senso che non è una impostazione razionale ma è una cosa abbastanza naturale, quindi è chiaro che anche nella produzione artistica una vena di approccio satirico o comunque critico nei confronti del contemporaneo ci sia sempre. Non c'è divisione fra le due produzioni se non dal punto di vista formale. I contenuti sono praticamente gli stessi, solo che lo spazio che mi dà la dimensione artistica non me la dà la dimensione mediatica. La libertà espressiva che mi posso prendere a tutti i livelli nella produzione artistica è più costretta negli spazi culturalmente più angusti della produzione mediatica per ovvi motivi. Prima di tutto perché non sono io il controllore finale. C'è una linea editoriale. Poi ho sempre privilegiato l'approccio artistico alla satira, quindi il disegno, la complessità, il racconto per immagini. Mi sono sempre reso conto che la necessità dell'accompagnamento con la parola è assoluta nel campo della comunicazione in campo mediatico, quindi questa è la differenza più forte. Per il resto considero la mia produzione in campo artistico la mia produzione principale, nel senso che anche la satira scaturisce da quell'esigenza e non viceversa. Anche perché io ho cominciando dipingendo, disegnando e il discorso satirico/giornalistico è avvenuto quasi incidentalmente, all'inizio della mia carriera, a 18 anni, per lavorare subito e vedere un risultato immediato.

Cosa accomuna arte e politica?
La politica è un'arte, è una forma artistica, secondo l'accezione storica e utopica. Del resto i primi che hanno scritto di politica –penso al pensiero politico di Platone ma anche di altri- non avevano questo confine che percepiamo oggi. (La politica) E' nata come un'espressione umana, ma sempre dal punto di vista creativo. La Repubblica di Platone è come un romanzo, come La città del Sole di Tommaso Campanella o molti degli scritti anarchici e utopici che mi ha sempre influenzato: erano racconti immaginifici. Insomma, la politica è senza dubbio il risultato della creatività umana. Poi dopo si è chiaramente strutturata in forme burocratiche e amministrative, ma quello, diciamo, è la politica fattiva, la cosa che m'interessa meno. Io sono molto legato ad un sentimento politico della vita. E' un approccio non teorico, ma assolutamente pratico e pragmatico, è un approccio etico e morale. Se vuoi, il satirico è un moralista. A me per anni per offendermi mi hanno dato del moralista ma è come dare dell'imbianchino ad un imbianchino..sai che offese!...Vorrei sottolineare che la rarità che mi ha fatto vedere i sorci verdi in tutto il mio percorso è stato questo approccio vissuto in maniera intransigente. Vieni considerato prepotente e presuntuoso. Mentre una forma di onestà intellettuale è fondamentale, onestà umana prima che intellettuale, che non dev'essere una sovrastruttura – come avrebbe detto Marx- razionale, ma dovrebbe essere una cosa istintiva. 
R. Mannelli, Hasta Manana Mio Amor – 5 cm. 100x70, tecnica mista su carta, 2012. Courtesy l'artista
Hai affermato: “Vorrei contribuire ad un manifesto per il classicismo dei nostri tempi, tutto il contrario di quanto avviene nel mondo dell'arte, nel quale la maggioranza si gingilla con il deja-vu, speculando sull'ignoranza del pubblico. Credo, al contrario, che qualsiasi tipo di immagine debba provocare, scalzare le convinzioni.” Quant'è importante la sperimentazione e la ricerca oggi in arte?
Io non ho mai creduto né alla ricerca né alla sperimentazione, perché sono due concetti che sono ridondanti con la parola arte. Se l'arte non è ricerca e non è sperimentazione, allora che cos'è? Si ricerca e si sperimenta esistenzialmente. L'artista è sempre sedicente, è come i brigatisti rossi...L'artista o è sedicente o non è. Chi glielo può dire? Chi lo può etichettare? Gli diamo il diploma, la patente come la patente dello jettatore nella novella di Pirandello? Quando io parlo di classicismo parlo appunto di questo classicismo, cioè del fatto che la ricerca e la sperimentazione devono essere insite, già previste in una proposta artistica. Se non è così non siamo di fronte ad una proposta artistica, semplicemente. E' inutile mettere etichette. Se io faccio un teschio di diamanti posso mettere tutte le etichette che vuoi, ma non ci vedo nessuna proposta, nessuna sperimentazione. Ci vedo uno specchio epocale, che è quello di una trovata promozionale, una buona trovata che dovrebbe far parte del mondo della comunicazione e lì è efficacissima. L'arte èun'altra cosa, ha un valore intrinseco che è fine a se stesso. Se non è fine a se stesso, allora faccio media. Io lo so qual 'è la differenza del mio atteggiamento: quando lavoro per i media, per la comunicazione e quando lavoro invece e mi concedo l'espressione artistica: è diverso. Perché non convincono certe cose e perché, a certi livelli, sono diventate solo delle enormi speculazioni finanziarie? Per questi motivi. Poi sai, l'arte oggi è una cosa che deve avere un pubblico. Fare le colonnine d'avanguardia che poi emanciperanno il popolino...ma si scherza? Io ho sempre avuto una grandissima soddisfazione personale, che è stata quella che le persone vedono i miei quadri e li capiscono, li godono, li sentono; poi possono piacere o meno. Ho quindi una produzione artistica che parla ed è comprensibile: allora io sto parlando al mio tempo. Le altre sono veramente sciocchezzine. Poi ognuno si arrangia come meglio crede, io non ce l'ho con niente e con nessuno. Voglio che ci sia tutto al mondo, soprattutto quello che non mi piace, altrimenti diventa una noia mortale. Ci dev'essere qualcun altro che ti provoca, se no non hai più gli stimoli. Ci vuole robaccia che allora ti dà ossigeno, per controbattere.

La maestria tecnica e la cura che caratterizza il tuo lavoro è in contrasto con l'assenza di manualità della logica contemporanea dell'arte. Cosa ne pensi?
La tendenza che c'è è una necessità di velocizzare la produzione, che non è dell'artista. L'artista ha sempre fatto a cazzotti con la tempistica del contemporaneo. Dalle committenze papaline, a tutti i mecenati a tutti i galleristi e mercanti che ossessionavano la gente per la produzione di opere per la vendita. E' un utilitarismo che ovvia alla questione della produzione, o la serialità, alla Jeff Koons e tanti altri. Le così dette botteghe, che poi sono sempre esistite. C'è una forma di riproducibilità nei secoli, in tutti i modi. Quelle cose ci devono stare, però dal punto di vista della credibilità, della sostanza vera, quella che si deposita nell'anima, nello stomaco delle persone, quella sostanza è fatta di un'altra pasta.
In più poi io non ho nessuna maestria tecnica, non so nemmeno cosa significa. Tutti mi chiedono della tecnica. La tecnica è una semplice stupidaggine, è un'invenzione di un certo accademismo bigotto '700-'800. La tecnica non esiste, io la tecnica non ce l'ho. Quando mi metto davanti al foglio e mi metto a disegnare non so come farò a fare un particolare. Il mio sforzo è sempre stato quello di lasciarmi andare, mentre quando voglio certi risultati, sono sempre sconfitto. Se vuoi poi questa “maestria” è il fatto di aver approfondito con gli anni e con il tempo e per curiosità i materiali, la chimica delle cose, come sono fatte le cose. Ti viene una maestria di uso, di mestiere. Da che mondo è mondo l'uomo si è emancipato in questo modo, si è modernizzato in questo modo. Semmai è quello il discorso: imparare. Però bisogna farlo tutti i giorni. Devi lasciarti andare a quello che io ho sempre chiamato “il respiro animale”. Il disegno è il tuo respiro animale. Il disegno ce l'hai dentro, non è che lo apprendi nella vita. Siamo gli unici animali che nascono “disegnati”, poi uno insiste e diventa quella che tu chiami maestria.
Poi c'è il mio interesse per la diversità, che non è ossessività formale, ma interesse per quel particolare che fa la differenza. In questo senso anche tutti quei discorsi sull'iperrealismo dei miei ritratti sono ridicoli, sono tutti inventati. Io faccio quello che ha fatto Bacon in un'altra maniera. Una delle mie autodefinizioni per anni è stata che ero “il cameriere di Bacon” , artisticamente sono il “maggiordomo di Bacon”: passo le mie giornate a rimettere tutto a posto, ma con lo stesso criterio suo, reinventando. Anche le mie anatomie sono così, un equilibrio precario, come l'umano. Ecco perché possono sembrare così umane, perché non stanno in piedi, è tutto reinventato.

Quali artisti hanno influito di più nella tua visione artistica?
Tutti gli artisti, nessuno escluso. Anche oggi. Poi io sono curioso: vedo delle soluzioni che ha trovato qualcuno e subito lo ricopio. Io sono un autodidatta di quelli cronici, non posso fare a meno di osservare e rubare senza ritegno. Ci sono anche dei ragazzi, ci sbavo dietro...poi passo per uno che coltiva giovani artisti...Io li uso! A certi livelli la freschezza che hai a vent'anni poi non ce l'hai più. Acquisti altre cose, ma quella la perdi con la libido, con l'abbassamento della libido che ti fa perdere un sacco di energia: tutto è legato a quello.


Riccardo Mannelli, La Virtù. Presentazione Del Prototipo cm. 70x100, disegno su carta, 2008. Courtesy l'artista
La tua opera filtra un profondo simbolismo, legato, a mio avviso, anche ad influenze e suggestioni di tipo letterario. Di quanta e quale letteratura si nutre la tua opera?
La letteratura mi ha preso molto, anche se non sono stato mai un grande lettore. Però rispetto alla media italiana posso essere considerato quasi un topo di biblioteca. Non sono un erudito, certo. La letteratura, più che la poesia. Però anche molta poesia, soprattutto la poesia moderna. E poi il melodramma: io sono un melomane, di famiglia, per geni ereditati. Sono uno che ha sempre vissuto la cultura da questo approccio pop; il melodramma era il pop del Sette-Ottocento, per il grande pubblico: era dileggiato, perfino. Ecco, quindi, da questo punto di vista, la letteratura...anzi, direi meglio “il racconto”. Il racconto è indubbiamente una cosa che penso si percepisca nella mia opera. Senza il racconto non esisterebbe la mia produzione artistica e il mio percorso artistico. Il racconto per me è fondamentale, fatto sta che io non concepisco un quadro senza un titolo, perché il titolo è l'ultima pennellata. Il titolo deve esserci per forza, secondo la mia concezione artistica perché è il modo per entrare a “mangiarsi” l'opera d'arte e bisogna avere una suggestione suggerita dall'artista, che si deve prendere la responsabilità di questo.
Non mi ha mai interessato l'arte formale, le cosidette ricerche formali non mi emozionano. Per carità, ribadisco quello che ho detto prima: che ci siano. La parte ludica dell'arte invece mi'interessa molto.

Parlavamo di suggestioni letterarie, del racconto che nutre la tua opera: credo che autori come Conrad, Celine, Rilke, siano molto vicini a quello che fai.
Sicuramente sono suggestioni fondamentali queste per me, per come mi sono aggirato nel racconto umano. Ci sono per forza dei punti di contatto, forse addirittura più precisi di quelli che esistono con l'arte. Con l'arte ho una familiarità e minore soggezione e mi sono permesso, per necessità d'imparare, da parvenu qual'ero, più libertà, senza ritegno. Mentre mi ricordo perfettamente quello che mi è successo quando ho letto I Demoni o cosa ho sentito dentro quando ho letto Viaggio al termine della notte, non mi ricordo mai quando ho capito il passaggio di pennello di Bacon sulla tela, oppure quando ho visto i primi Caravaggio della mia vita. Il racconto, la letteratura, mi ha inciso in maniera indelebile: sai quando percepisci che quella giornata lì ti ha cambiato una sfumatura importantissima? E' assoluto. Gli autori che hai citato senza dubbio, ma anche, ad esempio, la folgorazione di Lee Masters oppure la grandissima narrazione del contemporaneo di uno sempre sottovalutato come Leopardi. Perché se i telegiornali tutti i giorni passassero una pagina dell'Antologia di Spoon River o dello Zibaldone o di qualsiasi altro scritto sarebbe un'informazione puntualissima e nessuno potrebbe notare l'anacronismo. Poi ci sono tantissimi altri, per esempio quell'intimismo che si potrebbe definire, usando un ossimoro “pubblico”, che ha usato nei Diari o nell'Autobiografia del Blu di Prussia Flaiano, soprattutto nelle parti meno conosciute, quelle in cui è arrivato anche ad essere straziante con se stesso.
Poi c'è stato il blues: il blues è stata la forma che mi ha dato il ritmo finale. Perché il disegno, la pittura, se non ha un ritmo, non esiste. Figuriamoci poi il discorso mediatico, satirico: la battuta fa ridere se ha il ritmo giusto, altrimenti non arriva. E' una questione di battito. Il mio ritmo anche di produzione è blues. E il bello è che è la gioia di vivere assoluta, mentre la vulgata popolare lo accomuna allo spleen, alla tristezza...Invece la malinconia è la cosa più bella del mondo, lo sappiamo tutti. La malinconia è godersi la vita.

L'ultima mostra personale che ti ha visto impegnato nei primi mesi di quest'anno è stata Notes for the Reconstruction of Beauty alla Building Bridges Art Exchange di Los Angeles. La Ricostruzione della Bellezza è un ciclo che porti avanti da anni e come nella Commedia in Z.E.R.O o in Stanze di guerra, credo che in essi emerga quanto il centro del tuo discorso sia far raccontare ai corpi quella verità che appare dissimulata e celata nella vita. Quanto c'è di vero nella Bellezza?
E' l'unico vero che possiamo verificare, non ce n'è un altro. Se io vedo una cosa, è bella semplicemente perché io la vedo. Cioè la bellezza non è il contrario della bruttezza. La bruttezza non esiste: una cosa può non piacere, ma è comunque bella perché esiste, partendo dal presupposto ottimistico, com'è la mia visione delle cose, che comunque l'esistenza è bella. A proposito di Leopardi, lo sosteneva pure lui che è passato per gli imbecilli sempre come un grande malinconico, triste e incazzato. Lui sosteneva proprio questo, basta leggere, capire e vedere come si è occupato dei propri simili, con tutta la passione e l'empatia. Io l'ho sperimentato in prima persona: quando arrivi dentro alle cose c'è una bella differenza. E' il discorso del ritratto. Io faccio ritratti, ogni mia figura è un ritratto, una persona. Una persona con cui devi entrare in sintonia, quindi devi fare uno sforzo, che non è uno sforzo perché viene istintivo, però molto spesso hai davanti rifiuti e barriere che devi trovare la maniera per trasformare in una forma di empatia, di rapporto possibile. Il discorso fondamentale è questo.

Con quale etichetta cataloghi la tua opera?
Io non mi sono mai stracciato le vesti per come ti definiscono, se no uno non farebbe delle cose. Le fai perché gli altri ti danno un giudizio, non puoi controllare come fanno molti. Certo che poi, se ti senti dare, come hanno fatto spesso, l'etichetta di “arte erotica”, rido per la stupidaggine. Io immagino immediatamente, con la mia mente che lavora per immagini, mi appare immediatamente uno che si fa una pippa davanti ad uno dei miei quadri...e lo sfido, lo sfido io! Voglio vedere che capacità di erezione ha davanti ad un mio quadro. O anche viceversa, dal punto di vista femminile. L'erotismo poi, secondo me, non esiste. E' un altro concetto di cui non trovo la consistenza fisica. Che cos'è l'erotismo? Tu me lo sapresti definire? Io non lo so, c'ho pensato tantissimo. Non so cos'è. Se mi parli di sesso o libido, sono concetti che hanno un corrispettivo fisico. Se c'è qualcosa di fisico, allora anche la parola utopia può diventare fisicissima...ma erotismo dimmi te che vuol dire.
Ritornando al discorso dell'etichetta, a me delle etichette non m'importa nulla, ma molto spesso mi sono divertito con questo concetto di “neosimbolista”. Perché secondo me sarebbe il caso prima di tutto di rivalutare un concetto di un paio di secoli fa, che non era affatto una corrente ma è stato soprattutto uno dei primissimi vagiti della modernità dell'arte: al posto del sacro arriva il simbolo contemporaneo. Quello che è stato definito simbolismo è l'inizio dell'arte contemporanea, dell'arte moderna, che si affranca dalla grande suggestione e soggezione del racconto mistico sacro. La grande metafora del sacro si trasforma nelle metafore del contemporaneo, attraverso il simbolo. Questo l'ho sempre trovato interessante e molto attuale. Del resto Warhol che ha fatto? Per dirtene uno solo. Bacon o Freud che hanno fatto? Allora il termine neosimbolista potrebbe essere una volontà di far ripensare, rivitalizzare questo concetto fondamentale dell'arte moderna.
Poi si concretizza in quello che faccio. Io per esempio sto lavorando in questo momento a questi quadri che hai visto, le coppie (Hasta mañana, ndR), e mi accorgo che vado a fare il cuscino che poi fa parte della coppia, con un certo disegno. Ecco, lì mi rendo conto di cos'è il simbolo. Quel tessuto, quella stoffa diventa simbolica per loro due in quel momento lì, nel mio quadro. Te ne rendi conto di queste cose e ci arrivi solo se ti lasci andare, dopo lo capisci e allora l'equivoco di aver interpretato la parola simbolo o simbolismo in un certo modo, in un'accezione negativa, decade. La differenza con la rappresentazione del sacro è tutta lì: io faccio diventare simbolo qualunque cosa, anche un disegno su una coperta. Questa è la libertà vissuta. Non c'ho bisogno di Gesù o della Madonna per fare le mie metafore. L'uomo ha bisogno del mito, di mitizzare, di avere dei parametri, come si diceva all'inizio. Perché l'uomo non riesce ad educarsi, questa è la grande tragedia umana: non riusciamo a darci un'educazione all'altezza della nostra forza e della nostra fragilità. Allora siamo tutti autodidatti e visto che lo siamo, l'uomo ha ancora bisogno del mito, del parametro. La capacità del simbolo è di creare punti di riferimento ex novo. Io lo dico con un altro alfabeto che è un alfabeto assolutamente intimo e personale. E questa è emancipazione concreta. Ecco perché mi diverte il termine “neosimbolismo”.
R. Mannelli, Blues Della Controra, cm. 70x100, tecnica mista su carta, 2010. Courtesy l'artista
Toglimi una curiosità. Cosa pensi del sistema dell'arte e in particolare di noi critici?
Il sistema dell'arte non è un sistema, ma è un caos, lo è sempre stato, perché vige la legge primordiale del più forte che si mangia il più debole. Tutto questo meccanismo che tu chiami “sistema dell'arte” è come una coperta sulle fiamme, non ti dà più ossigeno. Gli artisti o muoiono di fame o si assoggettano, ma ormai è diventato impossibile anche fare quello, perché i posti sono quattro a generazione con i costi creati da questo meccanismo speculativo. Gli altri che fanno? Vivono in un nulla, perché tutte le infrastrutture che sono state costruite nei secoli sono andate a farsi benedire: il lavoro di bottega, se vuoi più umile e meno prestigioso, di tipo più artigianale assicurava però una dimensione di vita dignitosissima. Grandi personaggi sono stati così. Adesso non avrebbero più possibilità di esistere. Allora vogliamo parlare di sistema? Questo non è un sistema, è una giungla, è un meccanismo dove 4-5 padroni del mondo decidono. Tanti anni fa parlando delle prospettive artistiche mi dicevo “Bene che ti vada, fra 200 anni sarò in un caveau di qualche miliardario rotto in culo trafficante di armi”, visto che gli unici soldi veri li fai con le armi. Insomma, se mi va benissimo fra 200 anni sono chiuso in un caveau di questo tipo, altrimenti, se mi va meno bene, “ciao”. Per dirti che poi alla fine il valore di un'esistenza si riduce a questo. Credo poi che le cose vadano fatte da vivi, fino a che è possibile parlare e fare le cose perché siano accessibili. Solo così si deposita una memoria. Io sono per la fisicità delle cose, forse l'hai capito.
Parlando dei critici, penso che tutta la parte di letteratura, di racconto sia assolutamente necessaria. A me sta molto a cuore che le cose arrivino. A me interessa moltissimo, per esempio, e do un valore molto alto alla figura dello storico e poi anche al critico o al curatore che comunque in una società così strutturata svolge un ruolo essenziale. Allora come criterio non sono fra quelli che dicono che i critici sono degli imbecilli, perché non è vero e perché non m'interessa questa lettura. Non metto in discussione il ruolo o la figura, perché l'ho sempre trovato demenziale, stupido e bigotto. L'artista se è onesto e sincero fa le cose non per se stesso ma per gli altri e agli altri in una maniera o nell'altra ci deve arrivar. Non tutti hanno la capacità di racconto o di analisi, anzi, ci sono stati tantissimi artisti che erano semi analfabeti dal punto di vista comunicativo. Poi devo dire che a me arricchisce molto il pensiero degli altri: al di là delle scemenze che a volte vengono dette, poi vengono dette anche molte cose che funzionano, che ti dimensionano o ri-dimensionano e allora quella è manna dal cielo. Poi c'è il giornalismo e lì si entra in un'altra dimensione, spesso irreale, anche perché ormai la professione del giornalista è sinonimo di cialtrone, poveraccio, ignorante, peracottaro. Se ci pensi è terribile: una dignitosissima professione umana che è stata buttata nella spazzatura in modo indecente. Siamo condizionati dal giornalismo per certa critica e allora lì posso essere d'accordo con chi s'indigna o finge di essere indignato. E' diverso quando invece si tratta di personaggi che hanno questa funzione, che è una funzione necessaria. L'intermediario culturale è necessario e per fortuna l'abbiamo inventato e anche questo è un frutto della modernità. Prima c'era il mecenate, il padrone, il principe e il diretto interessato e tutti gli altri erano fuori. Da quando sono entrati tutti gli altri è chiaro che non è più possibile un rapporto diretto, ci vuole che qualcuno medi perché le cose arrivino a tutti. E quello che media non può essere quello che mette i soldi perché altrimenti si arriva ad un disastro caotico, quello del sistema artistico attuale. Siamo ritornati al principe, neanche AI principi, che sarebbe stato un germe di democrazia. Arriveremo al punto che ci sarà un padrone del mondo, soprattutto dal punto di vista culturale. Non ci vuole tanta fantascienza orwelliana. Ma ne verremo fuori perché tutta questa è consapevolezza. Tutta la storia umana è una strada verso l'emancipazione e la consapevolezza, di questo ne sono certo. Io la penso così.

Alessandra Frosini

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