The Pecci effect: si ricomincia con “La Fine del Mondo”
Prato.
Dopo 3 anni riapre il Centro Pecci con una mostra internazionale sul
senso d'incertezza del mondo attuale
Benvenuti
al nuovo Pecci: 3000 metri quadrati in cui sperimentare il nostro
presente come passato in
un percorso
dal
movimento continuo ed ineluttabile...
Che
cosa sarà il centro Pecci? Questo l'interrogativo che più volte è
stato posto nelle serate aperte al pubblico in questi anni e la
risposta data con la mostra di apertura sembra confermare
l'intenzione di fare di questo museo, più volte bollato come
“cattedrale nel deserto”, un centro attivo e multidisciplinare
dove poter approfondire e conoscere le arti contemporanee, un centro
capace di aprirsi e dialogare col territorio. In questo senso le
numerose iniziative diffuse in città centrano perfettamente
l'obiettivo: dalla mostra TU35 sui giovani artisti mergenti alla
bella mostra La
torre di Babele
a cura di Pietro Gaglianò, che mette in luce l'attività delle
gallerie toscana appartenenti all'ANGAMC, alle varie iniziative che
vedono pezzi della collezione permanente “in tour” in altri
luoghi istituzionali.
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| Antonas, Landscape with crane rooms and keg apartments (Ubin Quarry in Singapore), courtesy of Aristide Antonas |
La
mostra della nuova apertura del centro, dal titolo La
Fine del Mondo, è
una mostra d'impatto, che più che reinventare il concetto di mostra,
richiama quello di biennale, proponendo una tematica unica vista
attraverso gli occhi di artisti storici come di giovani, soprattutto
proveninenti da zone che sono o sono state teatro di eventi bellici.
La mostra racchiude opere spettacolari e artisti di sicuro interesse,
da Marcel Duchamp a Hiroshi Sugimoto, da Andy Warhol a Santiago
Sierra a Adel Abdessemed, ma anche Björk,
Tadeusz Kantor e Pippo Delbono solo per citarne alcuni, tutti
mischiati e senza soluzione di continuità. Peccato non riscontrare
alcun supporto didattico al di là dei cartellini delle opere per un
centro che dovrebbe aprire l'arte contemporanea ad ogni tipo di
pubblico.
Peccato
aver riscontrato che lo stato di cantiere non è solo in esterno, ma
anche per l'allestimento di alcuni spazi della mostra, che forse deve
essere inteso come coerente con il tema della mostra, paradigma
perfetto del senso d'incertezza del momento.
Il
direttore Cavallucci ha auspicato per l'edificio di Nio un “Pecci
effect” in linea con quanto avvenuto a Bilbao dopo la costruzione e
l'apertura dell'edificio del Guggenheim progettato da Frank Gehry:
quello che è certo è che,
in questi primissimi giorni di apertura, è riuscito ad attrarre una
grande folla di persone.
Speriamo che la funzione di “attrattore” e diffusore culturale
della navicella spaziale - nuovo Centro Pecci, possa decollare.
Alessandra
Frosini




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