La duttile fragilità: intervista a Rebecca Digne
Incontro Rebecca Digne durante la sua residenza
artistica nell'ambito di TAI 2016 a Prato, un incontro inaspettato e
inconsueto. Mi colpisce il video che ci presenta per spiegare il suo
lavoro, dopo averci raccontato un percorso di sperimentazione che
l'ha indirizzata fin da subito verso la videoarte: da qui nasce
l'idea d' intervistarla in esclusiva per Espoarte.
Rebecca Digne è nata nel 1982 a Marsiglia e
vive e lavora a Parigi. Si è laureata all’École nationale
supérieure des beaux-arts di Parigi con il massimo dei voti della
Giuria nel 2009. Per due anni (2010-2011) è stata artista residente
al Rijksakademie Van Beelden Kusten di Amsterdam e ha poi partecipato
al programma di residenza del Palais de Tokyo, Le
Pavillon, a Parigi (2013-2014). Nel
2015 Rebecca Digne è stata la vincitrice del festival The VISIO,
Next Generation Moving Images di Firenze e nel 2016 ha vinto il
«Talents contemporains» della François Schneider Foundation, oltre
a ricevere il «Coup de Coeur» del premio LE BAL per i giovani
artisti.
Nelle tue opere l'immagine, indagando
tematiche come il tempo, l'attesa, l'identità, il gesto e il rito,
formula quesiti e crea evocazioni enigmatiche. Qual'è il focus della
tua ricerca artistica?
Ho cominciato lavorando nel circo. E' un attività mobile con una
prassi di allestimento dello spettacolo, di fare e disfare, e
quindi caratterizzato da una manualità importante, determinata
anche dal continuo spostamento: sono questi gli elementi e i temi che
ricorrono in ogni mio lavoro. Dopo questa esperienza ho preso il diploma di montaggio al
Conservatoire Libre du Cinéma Français a Parigi. Il film detiene
nella mia visione una
materialità specifica, irrituale e differente dalla sala di cinema. In seguito ho frequentato
l’École Nationale Supérieure des Beaux Arts e sono passata a lavorare con il formato analogico continuando a sperimentare e cercando di combinare più metodi e competenze.
Il film è parte dell'esperienza, non della comprensione: si tratta del sentire e del creare, forse un nuovo territorio del sentire. Il suono e l’immagine sono spesso interscambiabili nel mio lavoro e cerco sempre di ricreare un ambiente totale, dal video, all'installazione. Cerco di mettere in discussione tutta l'architettura cinematografica e la sua narrazione, integrando il film in una nuova dimensione espositiva, aperta e oggettuale forse.
materialità specifica, irrituale e differente dalla sala di cinema. In seguito ho frequentato
l’École Nationale Supérieure des Beaux Arts e sono passata a lavorare con il formato analogico continuando a sperimentare e cercando di combinare più metodi e competenze.
Il film è parte dell'esperienza, non della comprensione: si tratta del sentire e del creare, forse un nuovo territorio del sentire. Il suono e l’immagine sono spesso interscambiabili nel mio lavoro e cerco sempre di ricreare un ambiente totale, dal video, all'installazione. Cerco di mettere in discussione tutta l'architettura cinematografica e la sua narrazione, integrando il film in una nuova dimensione espositiva, aperta e oggettuale forse.
Vero è che non è la dinamica della nostalgia ciò che mi importa,
piuttosto dimostrare a
qual punto la nostra condizione umana sia fragile. Questo lo posso fare solo quando l’immagine non è perfetta. Questa è la ragione per cui, in alcuni progetti, non sono nell’alta
definizione, perché devo riprendere e riportare la visione su un livello di fragilità.
Normalmente lavoro sui gesti e questo per me vuol dire che il pensiero passa attraverso la mano. In un film (Rouge, 2014) ho eseguito un tracciato contrario, pensando che fosse la materia ad indurci al gesto e quindi mi sembra di aver suggerito una modalità diversa da quella a cui siamo abituati. Allora sono andata in una cristalleria e ho cercato il minio, che è la materia da cui si parte per ottenere il cristallo. Volevo lavorare con questo pigmento che percepivo anche come materia pittorica. Questo film agisce su più livello temporali portando il gesto ad una dimensione primordiale, e cercando di fare riemergere la materia dai macchinari industriali. Il rosso poi è il colore della rivoluzione, della storia operaia e Rouge è per me un tentativo di mettere ancora la mano -e quindi il gesto- su un primo livello, ponendo lo sguardo di fronte alla sua dimensione democratica.
qual punto la nostra condizione umana sia fragile. Questo lo posso fare solo quando l’immagine non è perfetta. Questa è la ragione per cui, in alcuni progetti, non sono nell’alta
definizione, perché devo riprendere e riportare la visione su un livello di fragilità.
Normalmente lavoro sui gesti e questo per me vuol dire che il pensiero passa attraverso la mano. In un film (Rouge, 2014) ho eseguito un tracciato contrario, pensando che fosse la materia ad indurci al gesto e quindi mi sembra di aver suggerito una modalità diversa da quella a cui siamo abituati. Allora sono andata in una cristalleria e ho cercato il minio, che è la materia da cui si parte per ottenere il cristallo. Volevo lavorare con questo pigmento che percepivo anche come materia pittorica. Questo film agisce su più livello temporali portando il gesto ad una dimensione primordiale, e cercando di fare riemergere la materia dai macchinari industriali. Il rosso poi è il colore della rivoluzione, della storia operaia e Rouge è per me un tentativo di mettere ancora la mano -e quindi il gesto- su un primo livello, ponendo lo sguardo di fronte alla sua dimensione democratica.
Noto una grande attenzione sui margini, i
dettagli, sulla fragilità e ambivalenza dell'immagine ripresa che
diventa mezzo e fine. Da quali elementi parte la tua indagine e quali
artisti senti più vicini?
Mi sento molto vicina agli artisti performativi degli anni '70, legati fondamentalmente alla land art: Lawrence Weiner, Franz Erhard Walther, Robert Smithson. Camminare fa parte anche della mia ricerca: spesso il cammino diventa lo spazio del pensiero e dell'ideazione.
Mi sento molto vicina agli artisti performativi degli anni '70, legati fondamentalmente alla land art: Lawrence Weiner, Franz Erhard Walther, Robert Smithson. Camminare fa parte anche della mia ricerca: spesso il cammino diventa lo spazio del pensiero e dell'ideazione.
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Rebecca Digne, CLIMATS (2014) HD Video/ 4mn/. Courtesy l'artista e Galerie Escougnou-Cetraro |
L'ultimo corto realizzato, Sel,
è ispirato al sale, elemento per molto tempo utilizzato come
moneta di scambio, che qui viene inteso come metafora dello scambio
di idee e conoscenze tra artisti. Da dove sei partita?
Questo film scaturisce da un invito del museo La Banque (Bethune) a lavorare sul testo “La part Maudite” di George Bataille. Questo testo degli anni '50 è un opera di economia politica e io mi sono soffermata su di un passaggio in cui Bataille parla di un economia basata sullo scambio e questo scambio diventa centrale al punto da essere una possibilità per evitare conflitti. Esistono molti altri livelli in questo lavoro, ma ci tengo nuovamente a ribadire l’importanza della materia, della sua decostruzione e ricostruzione anche come strumento narrativo. In questi termini il sale (l’elemento principale del film) stava a simboleggiare proprio l’idea e l’essenza dello scambio. Il sale in fin dei conti è sempre stato utilizzato come moneta di scambio e anche come elemento per la conservazione.
Questo film scaturisce da un invito del museo La Banque (Bethune) a lavorare sul testo “La part Maudite” di George Bataille. Questo testo degli anni '50 è un opera di economia politica e io mi sono soffermata su di un passaggio in cui Bataille parla di un economia basata sullo scambio e questo scambio diventa centrale al punto da essere una possibilità per evitare conflitti. Esistono molti altri livelli in questo lavoro, ma ci tengo nuovamente a ribadire l’importanza della materia, della sua decostruzione e ricostruzione anche come strumento narrativo. In questi termini il sale (l’elemento principale del film) stava a simboleggiare proprio l’idea e l’essenza dello scambio. Il sale in fin dei conti è sempre stato utilizzato come moneta di scambio e anche come elemento per la conservazione.
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Rebecca Digne, MAINS (2010) Film 16mm/ 1 min/ Loop projected.
Courtesy l'artista e Galerie Escougnou-Cetraro
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A cosa stai
lavorando adesso? Puoi darci qualche anticipazione?
Sto sviluppando un progetto sulla lingua materna. Questo progetto si svilluppera in un installazione video. Saranno “azioni” fatte su i territori che mi sono cari. Marsiglia, città dove sono nata, e Napoli, dove sono cresciuta. Ho vissuto la mia infanzia in Italia. Per facilitare la mia integrazione, mio padre decise d'iscrivermi in una scuola locale. Imparai così a leggere e a scrivere in italiano. La lingua francese, che è tuttavia la mia lingua materna, divenne un'astrazione. Al mio ritorno in Francia, mi confrontai con la difficoltà di un nuovo territorio, che rappresenta tuttavia il luogo dove sono nata. Sono considerata francese in Italia e italiana in Francia. È creare allora un nodo tra identità e territorio e fra territorio e linguaggio. Mi è perciò indispensabile utilizzare questi campi come ancoraggio al progetto di film.
Sto sviluppando un progetto sulla lingua materna. Questo progetto si svilluppera in un installazione video. Saranno “azioni” fatte su i territori che mi sono cari. Marsiglia, città dove sono nata, e Napoli, dove sono cresciuta. Ho vissuto la mia infanzia in Italia. Per facilitare la mia integrazione, mio padre decise d'iscrivermi in una scuola locale. Imparai così a leggere e a scrivere in italiano. La lingua francese, che è tuttavia la mia lingua materna, divenne un'astrazione. Al mio ritorno in Francia, mi confrontai con la difficoltà di un nuovo territorio, che rappresenta tuttavia il luogo dove sono nata. Sono considerata francese in Italia e italiana in Francia. È creare allora un nodo tra identità e territorio e fra territorio e linguaggio. Mi è perciò indispensabile utilizzare questi campi come ancoraggio al progetto di film.






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