TOXIC CADMIUM | Tarik Berber
L’artista di
origine bosniaca Tarik Berber torna a Firenze con una mostra personale
che raccoglie la sua ultima produzione, in cui il leitmotiv imprescindibile
è la presenza del rosso. Quadri, la cui matrice risale ai cicli
pompeiani, per tinte ed intensità, attualizzati in una chiave personale,
che porta le tracce della formazione dell’artista e della sua ricerca
sulla figura umana, scandagliata in tutto il corso della sua carriera.
I suoi dipinti sembrano mosaici, sembrano affreschi, sembrano vivere di identità passate e traslate dinnanzi ai nostri occhi con la spontaneità dei volti di chi si incontra camminando per strada. La storia dell’arte si mescola con la contemporaneità in maniera non citazionistica. L’artista non ricerca un confronto con i grandi maestri del passato, ne trae le suggestioni che coglie e riesce a traslarle sulla tela con una cifra assolutamente personale.
“Tarik Berber negli olî del ciclo Toxic Cadmium utilizza il pigmento rosso tendente al porpora derivato dal cadmio, come elemento d'indagine delle pieghe dell'essere, in cui immanenza e trascendenza convivono, come estensioni letterali del pensiero. […]la vera “tossicità” messa in luce da Berber sta nell'oscurità che il rosso possiede, mentalmente più profonda del nero: qualcosa che appartiene alla nostra oscurità interiore, molto più buia e impenetrabile di qualunque altra oscurità.”
Alessandra Fròsini
Tarik Berber nasce in Bosnia (Banjaluka) nel 1980. Fugge presto dalla sua citta’ di origine e si stabilisce a Bolzano con la famiglia. Si trasferisce a Firenze per conseguire gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti, dove si laurea in Pittura col Prof. Adriano Bimbi. Vive e lavora a Londra.
Per sfogliare il catalogo della mostra https://issuu.com/ariaartgallery/docs/book-tarik-berber-aria-gallery
https://ariaartgallery.com/
http://tarikberber.tumblr.com/
I suoi dipinti sembrano mosaici, sembrano affreschi, sembrano vivere di identità passate e traslate dinnanzi ai nostri occhi con la spontaneità dei volti di chi si incontra camminando per strada. La storia dell’arte si mescola con la contemporaneità in maniera non citazionistica. L’artista non ricerca un confronto con i grandi maestri del passato, ne trae le suggestioni che coglie e riesce a traslarle sulla tela con una cifra assolutamente personale.
“Tarik Berber negli olî del ciclo Toxic Cadmium utilizza il pigmento rosso tendente al porpora derivato dal cadmio, come elemento d'indagine delle pieghe dell'essere, in cui immanenza e trascendenza convivono, come estensioni letterali del pensiero. […]la vera “tossicità” messa in luce da Berber sta nell'oscurità che il rosso possiede, mentalmente più profonda del nero: qualcosa che appartiene alla nostra oscurità interiore, molto più buia e impenetrabile di qualunque altra oscurità.”
Alessandra Fròsini
Tarik Berber nasce in Bosnia (Banjaluka) nel 1980. Fugge presto dalla sua citta’ di origine e si stabilisce a Bolzano con la famiglia. Si trasferisce a Firenze per conseguire gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti, dove si laurea in Pittura col Prof. Adriano Bimbi. Vive e lavora a Londra.
Per sfogliare il catalogo della mostra https://issuu.com/ariaartgallery/docs/book-tarik-berber-aria-gallery
https://ariaartgallery.com/
http://tarikberber.tumblr.com/
“I,
porpore, sangue sputato, risata di belle labbra/Nella
collera e nelle ubriachezze penitenti”1
Nel
1871, a 17 anni, il poeta Arthur Rimbaud scrisse il sonetto Vocali
(Voyelles)
in cui associava i suoni
vocalici ad alcuni colori, costruendo, attraverso un'estrema libertà
di associazioni, immagini che non vogliono esprimere concetti, ma che
sono, esse stesse, concetti.Ogni colore, richiamando alla mente situazioni o oggetti, mostra i
rapporti profondi che legano le cose. La
“i” rossa (porpora) viene associata a suggestioni dense di
vitalità aggressiva come il sangue e le belle labbra, che alludono alla violenza delle passioni che provocano l'ebrezza dei sensi. L'accostamento
delle parole produce così una condizione emotiva e richiama alla
mente, attraverso le immagini, concetti in grado d'indagare la
realtà, creando intuizioni e stimoli sensoriali. Estranea al
discorso logico, l'opera d'arte ci permette una conoscenza della
realtà profonda e ricca di possibilità con il suo avanzare per
salti, fratture e biforcazioni, per illuminazioni e abbagli. Tarik
Berber negli olî
del ciclo Toxic
cadmium
utilizza il pigmento rosso tendente al porpora derivato dal cadmio,
come elemento d'indagine delle pieghe dell'essere, in cui immanenza e
trascendenza convivono, come estensioni letterali del pensiero.
Il
rosso di cadmio è un colore squillante e molto coprente che
possiede, come tutti i pigmenti derivati da questo elemento chimico,
un livello di tossicità che in alcuni paesi ha fatto sì che venisse
vietato nella produzione di giocattoli per bambini. Ma la vera
“tossicità” messa in luce da Berber sta nell'oscurità che il
rosso possiede, mentalmente più profonda del nero: qualcosa che
appartiene alla nostra oscurità interiore, molto più buia e
impenetrabile di qualunque altra oscurità. Le
figure (mai intere) sulle tele si
toccano, si sfiorano, eppure ignorano la presenza l'uno dell'altro in
una solitudine solipsistica fatta di gesti moltiplicati e
frammentati, ripetuti ed iconizzati. La
figurazione si staglia su elementi di sfondo che non vogliono
descrivere un ambiente, ma hanno solo un valore cromatico e spaziale,
qualcosa di ruvido e urlante da cui affiorano ombre di un genere
umano incerto, al tempo stesso risoluto ma traballante. Il
rosso da sfondo si fa veste del corpo, fino ad arrivare a conquistare
la figura stessa dell'uomo: l'oggetto freudiano cupo, interno e
aleatorio, è “umheimlich”
(perturbante) e mette in evidenza la fragilità dell'umanità, per
dire che nella vita non c'è niente di comune. Pochi
altri colori sono presenti nella tavolozza: il vortice palpitante dei
chiari e degli scuri delle terre, dati spesso per contrasto brutale,
invadono campiture a tratti lasciate piatte e quasi grezze, a tratti
portatrici di un'identità precisa e disegnata in modo tale da
richiamare la materia densa dell'affresco. Quasi un'impronta digitale
del pennello e della materia che si mostra a noi. La
pelle ruvida dell'opera viene incisa dalla tensione costante del
ductus
grafico che richiama le persistenze, i recuperi e le suggestioni di
cui vive l'arte di Berber e che parla della sua storia: dalla natìa
Bosnia della cultura austro-ungarica, da cui eredita i marcati slanci
ascensionali delle linee, attraverso l'Italia, Firenze e la
tradizione del disegno quattrocentesco, fino ad un eclettismo
dischiuso alle varie culture estetiche dell'oggi, ma lontano dalla
“trovata”, che è il grande equivoco dell'arte contemporanea. Tutto
questo mette in luce un tempo -della pittura e degli anacronismi
dell'arte- che è fatto a sua volta di pezzi di tempo ogni volta
assoluto, puro e slegato. Ciò che lo attraversa e connette la realtà
esterna a quella interna è la condizione astratta e mentale della
superficie-pelle dell'opera.
Per
questo il colore non è mai solo superficie, ma condizione.
Alessandra
Frosini
1
A. Rimbaud, Voyelles,
prima
pubblicazione su "Lutèce",
5 ottobre 1883. Ed.
consultata: in A. Rimbaud, Tutte
le poesie,
Roma 2007.
“I,
purples, spat blood, smile of beautiful lips/In
anger or in the raptures of penitence;”
In
1871, when he was 17 years old, the poet Arthur Rimbaud wrote the
sonnet Vowels (Voyelles), in which he linked the sounds of the vowels
to some colors, creating, through an extreme freedom of associations,
images that don’t want to express concepts, but that are,
themselves, concepts. Each color, reminding to us situations or
objects, shows the deep relationships among the things. The
red “i” (purple) is connected to suggestions, dense with
aggressive vitality, like blood or beautiful lips, that
allude to the violence of the passions that causes the inebriation of
the senses. The
juxtaposition of the words produces, in this way, an emotional
condition and recalls to our mind, through the images, concepts able
to examine the reality, creating intuitions and sensorial stirrings.
Unrelated with the logical subject, the artwork allows us to
access the knowledge of the deep and rich reality full of
possibilities with its advancements, jumps, divides, forks,
enlightments and blunders.
In
his oil paintings series "Toxic Cadmium”, Tarik
Berber uses that red pigment, derived from "cadmium",
that tends to purple. This color is like an element of research
for the tendencies of human beings, in which immanence
and transcendence live together, like literal extensions of
the mind.
The
cadmium red is a vivid and pigmented colour, that owns, like all the
pigments derived from this chemical element, a level of toxicity
that causes some countries to forbid its use in the production
of several toys for children. However, the real “toxicity”
enlightened by Berber is based on the darkness which red owns,
mentally deeper than the black: something that belongs to our inner
darkness, much deeper and impenetrable than any other darkness.
Figures
(never entire) touch each other on the canvas, they brush against
each other, but they ignore each others presence in a
solipsistic loneliness, made of increased and fragmented gestures
repeated and iconized.
The
representation of the figure stands out against the background
elements that don’t want to describe a specific environment,
but have just a chromatic and spatial value, something rough and
screaming, from which comes shadows of an uncertain human race that
is at the same time resolute but unstable. From
the background, the red becomes clothing, about to conquer the human
figure: the body is a Freudian object, entire and aleatory, is
“umheimlich” (perturbing) and shows the fragility of humanity, to
say that in life, nothing is common. There
are few other colors in the palette: the palpitate vortex
of brights and darks of the browns, often used for the brutal
contrast, invade the field of painting, sometimes left almost
unrefined and sometimes bearers of a precise identity and drawn in
order to recall the dense matter of the frescoes. It’s almost a
digital print of the paint brush and of the substance, that shows
itself to us. The
rough skin of the artwork is carved by the constant tension of the
graphic "ductus", that recalls the persistences, rescues
and suggestions of which Berber’s art lives and tells about his
history. From the native Bosnia, where he inherits the marked
ascensional impulses of the lines, through Florence, Italy where he
studied the tradition of the XV century drawing, to an eclecticism
opened to the different aesthetic cultures of today, but far from the
“good idea”, that is the main misunderstanding of contemporary
art. All
this enlightens a time – of painting and anachronisms of art- that
is made itself by pieces of time, every time (always) absolute
pure and untied. The thing that crosses and connects the external
reality to the inner one is the abstract and mental condition of the
surface/skin of the artwork.
For
this reason the color is never just surface, but
condition.
AF




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