TOXIC CADMIUM | Tarik Berber


L’artista di origine bosniaca Tarik Berber torna a Firenze con una mostra personale che raccoglie la sua ultima produzione, in cui il leitmotiv imprescindibile è la presenza del rosso. Quadri, la cui matrice risale ai cicli pompeiani, per tinte ed intensità, attualizzati in una chiave personale, che porta le tracce della formazione dell’artista e della sua ricerca sulla figura umana, scandagliata in tutto il corso della sua carriera.
I suoi dipinti sembrano mosaici, sembrano affreschi, sembrano vivere di identità passate e traslate dinnanzi ai nostri occhi con la spontaneità dei volti di chi si incontra camminando per strada. La storia dell’arte si mescola con la contemporaneità in maniera non citazionistica. L’artista non ricerca un confronto con i grandi maestri del passato, ne trae le suggestioni che coglie e riesce a traslarle sulla tela con una cifra assolutamente personale.
 
“Tarik Berber negli olî del ciclo Toxic Cadmium utilizza il pigmento rosso tendente al porpora derivato dal cadmio, come elemento d'indagine delle pieghe dell'essere, in cui immanenza e trascendenza convivono, come estensioni letterali del pensiero. […]la vera “tossicità” messa in luce da Berber sta nell'oscurità che il rosso possiede, mentalmente più profonda del nero: qualcosa che appartiene alla nostra oscurità interiore, molto più buia e impenetrabile di qualunque altra oscurità.”
Alessandra Fròsini
 
Tarik Berber nasce in Bosnia (Banjaluka) nel 1980. Fugge presto dalla sua citta’ di origine e si stabilisce a Bolzano con la famiglia. Si trasferisce a Firenze per conseguire gli studi presso l’Accademia delle Belle Arti, dove si laurea in Pittura col Prof. Adriano Bimbi. Vive e lavora a Londra.


Per sfogliare il catalogo della mostra https://issuu.com/ariaartgallery/docs/book-tarik-berber-aria-gallery

https://ariaartgallery.com/ 
http://tarikberber.tumblr.com/


I, porpore, sangue sputato, risata di belle labbra/Nella collera e nelle ubriachezze penitenti”1

Nel 1871, a 17 anni, il poeta Arthur Rimbaud scrisse il sonetto Vocali (Voyelles) in cui associava i suoni vocalici ad alcuni colori, costruendo, attraverso un'estrema libertà di associazioni, immagini che non vogliono esprimere concetti, ma che sono, esse stesse, concetti.Ogni colore, richiamando alla mente situazioni o oggetti, mostra i rapporti profondi che legano le cose. La “i” rossa (porpora) viene associata a suggestioni dense di vitalità aggressiva come il sangue e le belle labbra, che alludono alla violenza delle passioni che provocano l'ebrezza dei sensi. L'accostamento delle parole produce così una condizione emotiva e richiama alla mente, attraverso le immagini, concetti in grado d'indagare la realtà, creando intuizioni e stimoli sensoriali. Estranea al discorso logico, l'opera d'arte ci permette una conoscenza della realtà profonda e ricca di possibilità con il suo avanzare per salti, fratture e biforcazioni, per illuminazioni e abbagli. Tarik Berber negli olî del ciclo Toxic cadmium utilizza il pigmento rosso tendente al porpora derivato dal cadmio, come elemento d'indagine delle pieghe dell'essere, in cui immanenza e trascendenza convivono, come estensioni letterali del pensiero.

Il rosso di cadmio è un colore squillante e molto coprente che possiede, come tutti i pigmenti derivati da questo elemento chimico, un livello di tossicità che in alcuni paesi ha fatto sì che venisse vietato nella produzione di giocattoli per bambini. Ma la vera “tossicità” messa in luce da Berber sta nell'oscurità che il rosso possiede, mentalmente più profonda del nero: qualcosa che appartiene alla nostra oscurità interiore, molto più buia e impenetrabile di qualunque altra oscurità. Le figure (mai intere) sulle tele si toccano, si sfiorano, eppure ignorano la presenza l'uno dell'altro in una solitudine solipsistica fatta di gesti moltiplicati e frammentati, ripetuti ed iconizzati. La figurazione si staglia su elementi di sfondo che non vogliono descrivere un ambiente, ma hanno solo un valore cromatico e spaziale, qualcosa di ruvido e urlante da cui affiorano ombre di un genere umano incerto, al tempo stesso risoluto ma traballante. Il rosso da sfondo si fa veste del corpo, fino ad arrivare a conquistare la figura stessa dell'uomo: l'oggetto freudiano cupo, interno e aleatorio, è “umheimlich” (perturbante) e mette in evidenza la fragilità dell'umanità, per dire che nella vita non c'è niente di comune. Pochi altri colori sono presenti nella tavolozza: il vortice palpitante dei chiari e degli scuri delle terre, dati spesso per contrasto brutale, invadono campiture a tratti lasciate piatte e quasi grezze, a tratti portatrici di un'identità precisa e disegnata in modo tale da richiamare la materia densa dell'affresco. Quasi un'impronta digitale del pennello e della materia che si mostra a noi. La pelle ruvida dell'opera viene incisa dalla tensione costante del ductus grafico che richiama le persistenze, i recuperi e le suggestioni di cui vive l'arte di Berber e che parla della sua storia: dalla natìa Bosnia della cultura austro-ungarica, da cui eredita i marcati slanci ascensionali delle linee, attraverso l'Italia, Firenze e la tradizione del disegno quattrocentesco, fino ad un eclettismo dischiuso alle varie culture estetiche dell'oggi, ma lontano dalla “trovata”, che è il grande equivoco dell'arte contemporanea. Tutto questo mette in luce un tempo -della pittura e degli anacronismi dell'arte- che è fatto a sua volta di pezzi di tempo ogni volta assoluto, puro e slegato. Ciò che lo attraversa e connette la realtà esterna a quella interna è la condizione astratta e mentale della superficie-pelle dell'opera.

Per questo il colore non è mai solo superficie, ma condizione.

Alessandra Frosini



1 A. Rimbaud, Voyelles, prima pubblicazione su "Lutèce", 5 ottobre 1883. Ed. consultata: in A. Rimbaud, Tutte le poesie, Roma 2007.

 
“I, purples, spat blood, smile of beautiful lips/In anger or in the raptures of penitence;”



In 1871, when he was 17 years old, the poet Arthur Rimbaud wrote the sonnet Vowels (Voyelles), in which he linked the sounds of the vowels to some colors, creating, through an extreme freedom of associations, images that don’t want to express concepts, but that are, themselves, concepts. Each color, reminding to us situations or objects, shows the deep relationships among the things. The red “i” (purple) is connected to suggestions, dense with aggressive vitality, like blood or beautiful lips, that allude to the violence of the passions that causes the inebriation of the senses. The juxtaposition of the words produces, in this way, an emotional condition and recalls to our mind, through the images, concepts able to examine the reality, creating intuitions and sensorial stirrings. Unrelated with the logical subject, the artwork allows us to access the knowledge of the deep and rich reality full of possibilities with its advancements, jumps, divides, forks, enlightments and blunders.

In his oil paintings series "Toxic Cadmium”, Tarik Berber uses that red pigment, derived from "cadmium", that tends to purple. This color is like an element of research for the tendencies of human beings, in which immanence and transcendence live together, like literal extensions of the mind.

The cadmium red is a vivid and pigmented colour, that owns, like all the pigments derived from this chemical element, a level of toxicity that causes some countries to forbid its use in the production of several toys for children. However, the real “toxicity” enlightened by Berber is based on the darkness which red owns, mentally deeper than the black: something that belongs to our inner darkness, much deeper and impenetrable than any other darkness.

Figures (never entire) touch each other on the canvas, they brush against each other, but they ignore each others presence in a solipsistic loneliness, made of increased and fragmented gestures repeated and iconized.

The representation of the figure stands out against the background elements that don’t want to describe a specific environment, but have just a chromatic and spatial value, something rough and screaming, from which comes shadows of an uncertain human race that is at the same time resolute but unstable. From the background, the red becomes clothing, about to conquer the human figure: the body is a Freudian object, entire and aleatory, is “umheimlich” (perturbing) and shows the fragility of humanity, to say that in life, nothing is common. There are few other colors in the palette: the palpitate vortex of brights and darks of the browns, often used for the brutal contrast, invade the field of painting, sometimes left almost unrefined and sometimes bearers of a precise identity and drawn in order to recall the dense matter of the frescoes. It’s almost a digital print of the paint brush and of the substance, that shows itself to us. The rough skin of the artwork is carved by the constant tension of the graphic "ductus", that recalls the persistences, rescues and suggestions of which Berber’s art lives and tells about his history. From the native Bosnia, where he inherits the marked ascensional impulses of the lines, through Florence, Italy where he studied the tradition of the XV century drawing, to an eclecticism opened to the different aesthetic cultures of today, but far from the “good idea”, that is the main misunderstanding of contemporary art. All this enlightens a time – of painting and anachronisms of art- that is made itself by pieces of time, every time (always) absolute pure and untied. The thing that crosses and connects the external reality to the inner one is the abstract and mental condition of the surface/skin of the artwork.

For this reason the color is never just surface, but condition.             

AF

Commenti

Post più popolari