WALLINGER, MARK. L’IO come misura di tutte le cose

Self-Portraits, 2007-2015 (paintings); Self (Symbol), 2017 (sculpture)  (1) Ph. OKNOstudio

Come sono cresciuti gli YBAs, gli Young British artists che hanno dominato e rinnovato la scena artistica britannica (e non solo) negli anni ‘90 con il sostegno di Charles Saatchi? I più noti, Damien Hirst e Tracy Emin, rappresentano tutt’oggi riferimenti influenti nel panorama artistico. Alcuni sono morti, altri - anche se meno noti da noi - hanno continuato con successo la carriera, diversi hanno vinto o sono stati finalisti del Turner Prize. Fra questi c’è Mark Wallinger. 

 
Pietre Prato, 2018 (on the floor); The unconscious, 2010 (on the wall) Ph. OKNOstudio
Nato a Chingwell, Essex, nel 1959, ha esposto nel 1993 nella mostra alla Saatchi gallery di Londra “Young British Artists II”, nel 1997 in “Sensation” alla Royal Academy e ha vinto nel 2007 il Turner Prize (come i suoi compagni Damien Hirst nel 1995 e Gillian Wearing nel 1997). La prima personale italiana dell’artista inglese è stata da poco inaugurata al Centro Pecci di Prato, una mostra itinerante già ospitata in Finlandia e Scozia, che presenta una panoramica sui suoi lavori dalla fine degli anni ‘80 ad oggi. 
Id Paintings, 2015 Ph. OKNOstudio
Tema ricorrente del lavoro di Wallinger è la messa in scena o messa in atto della propria identità, fatta declinando l’”I”, l’Io, in 143 dipinti e in sculture che riproducono la lettera tipografica a grandezza umana (quella dell’artista), o condotta nella Id Painting Series (2015-2016), monumentali macchie di Rorschach, che si presentano come tracce della gestualità istintuale (ma in realtà guidata nel disegno simmetrico) dell’artista, realizzate con la vernice stesa direttamente con le mani. Oppure espressa nei Passport Control (1988) in cui Wallinger “gioca” con le sue fototessere ingrandite, ritoccandole con un pennarello per trasformare la sua immagine in stereotipi etnici, così da porre l’attenzione, questa volta, sul fraintendimento e sui condizionamenti legati ai pregiudizi.
Passport Control, 1988 Ph. OKNOstudio
Un gioco di specchi sull’identità, un incontro con il nostro doppio che ritroviamo anche nella scultura che ci accoglie all’inizio dell’esposizione, Ecce homo (1999-2000), un Cristo coronato di spine (originariamente collocata sul quarto piedistallo di Trafalgar Square) umanissimo -tant’è che si tratta del calco di una persona reale- e classicissimo al tempo stesso.
La selezione di opere in mostra permette di avere uno sguardo ampio sull’artista, anche se sarebbe stato interessante poter vedere anche la sua “trilogia della glossolalia”, la serie di video realizzati alla fine degli anni ‘90 in cui l’artista impersonava Blind Faith, l’incarnazione letterale della “fede cieca”.
Ecce Homo, 1999-200 Ph. OKNOstudio
Lontane le “tattiche shock” degli YBAs, viene da guardare tutta la mostra come un test proiettivo per cogliere i processi spontanei degli osservatori, per capire “come qualcosa produca attivamente un significato rispetto a cosa significhi in sé”, in un equilibrio fra opacità e trasparenza siglato “MARK”.

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