Il museo come "casa comune" | Intervista a Cristiana Perrella
Espoarte #101 (trimestre n.2 2018)
AF: Com’è stato il passaggio di testimone con
Fabio Cavallucci? Come intende dare continuità al lavoro di
ripartenza del Centro Pecci attuata in questi anni?
CP: Conosco
Fabio Cavallucci da molto tempo e lo stimo. Il nostro passaggio di
consegne si è svolto tra l’altro sotto i buoni auspici di una
fortunata coincidenza: l’ultima mostra da lui programmata, quella
di Mark Wallinger, la cui inaugurazione ha coinciso con il mio
arrivo al museo, ha portato al Pecci un artista che conosco bene e
con cui ho realizzato un progetto importante quando dirigevo il
programma della British School at Rome (la commissione del video
Threshold to the Kingdom,
presentato tra l’altro alla Biennale di Venezia e ora in mostra a
Prato). Con Wallinger abbiamo perciò deciso di fare un talk
insieme, Cavallucci era presente e tutto è stato molto fluido e
piacevole. Sicuramente manterrò elementi importanti della sua
direzione, come l’approccio multidisciplinare e l’accento sul
public programme, basso continuo della programmazione, ricco di
incontri, dibattiti, talk.
AF: Quanto è
importante l’interdisciplinarità in un centro di arte
contemporanea come questo?
Come si costruisce la credibilità di un museo?
CP: Credo
che l’interdisciplinarietà oggi per un museo d’arte
contemporanea non sia solo importante ma indispensabile. Le ricerche
più interessanti avvengono nei punti di intersezione tra i
linguaggi o nel dialogo tra di essi. Inoltre è un modo efficace di
allargare il proprio pubblico: chi viene al museo per la prima volta
attratto dalla danza o dal cinema, può poi continuare a tornarci
per l’arte, purchè sia chiara la relazione che lega quanto viene
presentato. La credibilità è frutto proprio della capacità di
elaborare una proposta culturale ricca, coerente, fondata, viva.
AF: Il
territorio toscano e soprattutto quello fra Prato e Firenze è
fortemente connotato dall’antico. Come si relazionerà con gli
altri attori del sistema arte?
CP: Prato ha una storia recente che la differenzia
dalle altre città toscane, è stata soprattutto una città
industriale e credo che questo abbia contato molto nel determinare la
nascita del Centro Pecci. Non a caso l’altro museo d’arte
contemporanea nato in Italia negli anni Ottanta, e rimasto insieme al
Pecci un esempio unico nel nostro paese per molto tempo, è il
Castello di Rivoli, subito fuori Torino, altra città dalla forte
identità industriale. La cultura manifatturiera ha probabilmente
permesso di sviluppare uno sguardo e un interesse legato più a una
proiezione verso il futuro che verso il passato. Detto questo, sono
interessata a creare una fitta rete di relazioni con le istituzioni
culturali del territorio, non solo quelle legate al contemporaneo.
Sempre di più il dialogo tra espressioni artistiche di epoche
diverse risulta ricco di conseguenze e interessante. Anche il
pubblico mi sembra si stia abituando a passare dall’antico al
contemporaneo.
AF: Il
centro Pecci è un museo che in passato ha avuto notevoli difficoltà,
soprattutto nel convogliare pubblico e rapportarsi al territorio in
modo costante e propositivo. Quali criticità sono emerse ai suoi
occhi? Cosa si può fare per stimolare il pubblico?
CP: Il Centro Pecci, proprio come il Castello di
Rivoli, sconta una posizione non centrale e un sistema di trasporto
pubblico carente. Allo stesso tempo credo che ormai il concetto
stesso di centro e di periferia sia cambiato e che si possa, ad
esempio parlare di un’unica area metropolitana che comprende
Firenze, Prato, Sesto, Pistoia e che può arrivare a includere
forse persino Bologna, che è vicinissima. Il Pecci deve
riposizionarsi rispetto a questa nuova area d’interesse. Deve
conquistarsi il suo pubblico parlando tante lingue diverse, offrendo
una proposta ampia, inclusiva, che comprenda fasce di cittadinanza
con bisogni differenti. Credo ci siano da questo punto di vista
ampi margini di miglioramento.
AF: Qual’è
la sua idea di museo d’arte contemporanea?
CP: Il museo che ho in mente è un luogo vivo e
inclusivo, capace di collocarsi all’interno di un dibattito ampio,
nazionale e internazionale, sostenuto però da una costante attività
volta al rapporto con il contesto locale, all’affermazione del
museo come luogo di creazione, d’innovazione ma anche come “casa
comune”, accessibile e aperto a tutti.
Un luogo dove le persone siano al centro,
sempre stimolate a spingersi più in là, a farsi curiose delle
espressioni artistiche più sperimentali, a frequentare l’arte come
una bella e appagante abitudine. Un luogo le cui funzioni convivano
in un dialogo serrato: conservazione e ricerca, produzione di cultura
contemporanea e educazione alla sua lettura. Un luogo di scambio con
la comunità artistica e con i cittadini.
AF: A quali
progetti sta lavorando per inaugurare la sua direzione?
CP: Una delle prime cose su cui sto lavorando è il
rilancio e la promozione del CID, il centro di documentazione arti
visive intorno a cui il museo è nato negli anni Ottanta. A lungo
elemento identitario forte del Centro Pecci, negli ultimi anni ha
conosciuto un periodo di decadenza e progressiva riduzione dei
servizi. Io vorrei restituirgli centralità. Nella mia idea di museo
come luogo aperto della città, come piazza del sapere, la biblioteca
ha un peso importante, come luogo di incontro, di scambio, di
conoscenza. Sto poi lavorando a un progetto sull’impatto che la
rivoluzione digitale ha avuto sul nostro modo di guardare, di creare
immagini, di avere relazioni con gli altri, di informarci. Un
progetto che considera anche il ruolo di città dell’innovazione
che Prato punta sempre più ad avere, spesso proprio attraverso la
tecnologia, come dimostra il ruolo pilota nella sperimentazione sul
5G, la banda ultralarga mobile. Al momento però, ciò che faccio
maggiormente è ascoltare chi è intorno a me, dallo staff del museo
ai responsabili delle istituzioni culturali del territorio, dagli
artisti ai cittadini, cercando di farmi un’idea più sfaccettata e
approfondita possibile dei bisogni e delle aspettative espressi nei
confronti del museo.



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