CROSSINGOVER #2: LA BOÎTE-EN-VALISE. MARCEL DUCHAMP E IL MUSEO PORTATILE
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Il progetto prende avvio negli anni Trenta e trova
concreta realizzazione nel 1941 con il primo esemplare realizzato per Peggy
Guggenheim, sostenitrice del progetto (la Boîte è oggi conservata al
Guggenheim Museum di Venezia): una valigia Louis Vuitton in pelle con maniglia
contenenti 69 riproduzioni delle opere realizzate con tecniche diverse ed
elaborate e un’opera “originale”, ovvero colorata ex novo, tutte etichettate con le specifiche relative alle opere di cui
erano copia. A questo primo esemplare seguiranno negli anni, in versioni
diverse e anche ampliate, altri 311.

Marcel Duchamp Boîte-en-valise, 1941 © Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina
La Boîte è al tempo stesso
album/catalogo/portfolio tridimensionale, opera e museo, certo una versione
reinventata e dissacrante del museo, senza pareti e mobile, composto di copie
miniaturizzate e trasportabili, meccanismo pronto a nuovi
allestimenti senza l’ausilio di curatori o conservatori. Un vero e totale
spazio indipendente, paradossale ready made del concetto di museo.
Con un solo gesto Duchamp arriva infatti al cuore di tematiche fondamentali per l’arte e per la riflessione museologica, in primis il rapporto tra originale, copia e riproducibilità dell’opera d’arte (gli anni di elaborazione della Boîte sono gli stessi in cui Walter Benjamin pubblica il suo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica): creando un “museo-multiplo”, fatto non di autentici, ma di copie di opere di dimensioni diverse, riprodotte con metodo quasi industriale, mette in discussione Il nostro rapporto col museo, che presuppone il tacito accordo che ciò che noi vediamo sia di fatto un originale. Il formato pone l’attenzione sull’importanza della scala di realizzazione delle opere e di quanto essa incida sulla percezione dell’opera. Il piccolo formato dà l’impressione di poter possedere ciò che guardiamo e crea inoltre un’amplificazione dell’attenzione dello spettatore, che si focalizza sull’essenza delle opere.
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| Marcel Duchamp Boîte-en-valise, 1941 © Collezione Peggy Guggenheim. Photo Matteo De Fina |
La Boîte è costruita poi secondo un gioco di
meccanismi scorrevoli e incastri e fornita di sostegni, che permettono
allestimenti diversi in cui non è previsto un ordine predefinito o un percorso
lineare. Qual è l’importanza del ruolo curatoriale e quanto incidono
l’ordinamento e l’allestimento nella percezione e nel significato di ciò che
guardiamo? La Boîte è contenitore ma anche, al tempo stesso,
contenuto e opera in sé conclusa e quindi anch’essa oggetto da mostrare e
collocare all’interno di un museo. Mentre si propone come messa in discussione
del concetto di museo come contenitore e riflessione sull’ambiguità e mutabilità
dello statuto delle opere, punta il dito anche contro la staticità -intesa in
ogni senso- dell’istituzione. La Boîte può essere presa per la
maniglia e portata via, divenendo un museo nomade sempre in movimento (concetto
molto caro agli artisti contemporanei, come vedremo), paradigmatico del viaggio
intrinseco delle opere, compiuto nel tempo, nello spazio e nel significato. Un
museo che ha bisogno solo di spettatori.
E del resto lo aveva già capito Duchamp:
“più che l’artista, più che il critico o il curatore, è lo spettatore che
fa il museo.”
https://www.guggenheim-venice.it/it/arte/opere/box-in-a-valise/
(Articolo pubblicato su Espoarte: https://www.espoarte.net/arte/crossingover-la-boite-en-valise-marcel-duchamp-e-il-museo-portatile/




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